La comunicazione                                                   Le dinamiche di gruppo                                 Il ruolo del leader

LA COMUNICAZIONE
Alla base di ogni relazione, dalla coppia al gruppo

a cura di Franco Rosada
La comunicazione è una realtà che riguarda il nostro essere persona.
Questo vale anche per la nostra esperienza nel gruppo famiglia ma, soprattutto, vale per tutte le relazioni, a partire da quella coniugale. Sono confrontandomi con l'altro ho la possibilità di conoscermi, è solo nell'incontro che mi viene rivelato chi sono realmente.

Il processo di comunicazione
Nell'istante che entro in comunicazione con l'altro mi misuro con lui e, da questo confronto, possono nascere diverse modalità di comunicazione che sono frutto dell'immagine che io ho dell'altro.
Le modalità positive sono lo scambio e il confronto.
Nel primo caso "l'altro per me è una ricchezza", il relazionarmi con lui mi arricchisce, mi dà soddisfazione. Nel secondo, pur cogliendo che "l'altro non è uguale a me", la differenza favorisce l'integrazione dei diversi punti di vista.
Ma la comunicazione può anche essere fonte di ostilità e conflitto.
Questo accade quando "l'altro mi penalizza ed è cattivo", se sento l'altro come "nemico" mi chiudo in me stesso. Oppure voglio emarginare il mio interlocutore per cui "lo ignoro". Oppure ancora mi limito a sopportarlo perché l'altro "mi dà fastidio".
L'impegno diventa quindi quello di coltivare atteggiamenti positivi verso gli altri (p.e. la fiducia: ritenere l’altro un interlocutore valido e degno di rispetto, anche quando mi fa soffrire) per poter crescere nello scambio e nel confronto.

Cosa conta nella comunicazione
Vi sono alcuni assiomi che sono alla base del processo di comunicazione e senza i quali la comunicazione non può aver luogo. Il primo, più scontato, è il "comunicare". Questo non vuol dire che obbligatoriamente si debba parlare, si comunica anche tacendo (come pesano i silenzi nella coppia!). E quando si parla è importante l’assertività, cioè la capacita di comunicare all’altro, nel rispetto reciproco, bisogni, esigenze, sentimenti...
Il secondo riguarda sia il contenuto - ciò che ti dico - sia la relazione - come mi porgo davanti a te -. Posso ripetere all'infinito all'altro che gli voglio bene ma se lo dico in modo svogliato o senza gesti di tenerezza faccio intendere esattamente il contrario.
Il terzo, in qualche modo già anticipato, riguarda il linguaggio che può essere verbale o non verbale.
Nella comunicazione il linguaggio non verbale ha un ruolo fondamentale: quello che dico è importante ma se il mio corpo, il mio atteggiamento, trasmette all'altro un messaggio di segno opposto a quanto dico, prevale questo secondo messaggio.
La comunicazione non verbale è costituita da una pluralità di elementi: l'uso dello spazio - la distanza fisica che tengo nei confronti dell'altro (abbracciarsi è ben diverso che parlarsi da una stanza all'altra) -, la gestualità con cui accompagno le parole, la posizione del corpo, la mimica del volto - in cui lo sguardo ha un ruolo centrale -, il modo con cui sono vestito, il paralinguaggio - cioè il tono della voce, il volume, la ritmica -.

Una comunicazione efficace
Perché una comunicazione sia efficace è necessario che: le modalità siano quelle dello scambio o del confronto, vi sia un ascolto attento, la qualità del contenuto di ciò che viene detto e del modo con cui viene detto sia buona, si risponda in modo adeguato (feed-back).
Un ascolto attento
Ascoltare significa prestare attenzione a ciò che l'altro dice, l'attenzione deve risultare a livello fisico (non ti posso sbadigliare in faccia!), a ciò che l'altro ci comunica con il suo corpo (il linguaggio non verbale!), all'ascolto vero e proprio. Per ascoltare bene devo sospendere il giudizio (non farmi immagini preconcette dell'altro!) e devo concentrarmi su tutti gli elementi che l'altro mi comunica (chi, cosa, perché… quando, come, dove…).
Il feed-back
Quando uno parla si aspetta una risposta dal suo interlocutore. Le risposte che io forniamo all'altro dopo averlo ascoltato (feed-back) possono essere positive o negative. Sono feed-back positivi: chiedere ulteriori informazioni - per poter capire meglio -, manifestare una relazione personale - comunicare quello che il messaggio ricevuto ha fatto risuonare in me, i sentimenti che ho provato -.
Un feed-back che può essere o positivo o negativo è la reazione giudicante: do un giudizio su quello che l'altro mi ha detto. Il rischio è che se il giudizio è positivo l'altro si senta rafforzato in un atteggiamento magari errato, se è negativo l'altro si senta rifiutato e si chiuda in se stesso.
Sono feed-back negativi quello forzato - non giudico quello che l'altro ha detto, ma l'intera persona - e quello interpretante - se interpreto male l'altro si sente non solo non capito ma anche preso in giro!-.

Le dinamiche e le motivazioni del gruppo

Il Gruppo Famiglia corrisponde a quello che, in psicologia, è definito piccolo gruppo? Proviamo a vedere.

Le caratteristiche del piccolo gruppo
Il piccolo gruppo ha alcune caratteristiche che lo distinguono da altri raggruppamenti umani. Queste sono:
•    Il numero limitato di componenti, in moda da permettere ad ogni membro di avere rapporti diretti con tutti gli altri membri.
•    Gli scopi e i bisogni delle persone che formano il gruppo, e cui il gruppo assolve, sono tra loro interdipendenti.
•    Ogni membro è cosciente di avere un rapporto di interdipendenza con gli altri membri del gruppo.
•    Le relazioni tra le persone devono essere continue e stabili.
Quello che caratterizza il gruppo è l'esistenza di rapporti tra le persone ad un livello significativo di intensità e stabilità.

Gruppi di adulti e gruppi di giovani
Un Gruppo Famiglia corrisponde solo in parte a questa descrizione di gruppo.
Se il numero dei partecipanti è limitato, i bisogni delle persone sono solo in parte assolte dal gruppo, perché le coppie hanno al centro della loro vita le relazioni coniugali e familiari.
L'interdipendenza non è così forte e le relazioni, salvo casi particolari (amicizie tra famiglie) non possono dirsi continue. Incontrarsi ogni due-tre settimane per un incontro e vedersi a messa la dome-nica non basta. Perché allora dedichiamo tanto spazio al piccolo gruppo?
Perché alcuni elementi base valgono comunque per tutti i gruppi e perché sovente questa è una realtà che i nostri figli adolescenti vivono con intensità.
L'adolescenza è caratterizzata da una continua oscillazione tra bisogno di autonomia (dalla famiglia) e ricerca di sicurezza. Il gruppo sovente dà questa sicurezza. Conoscere le forze e i bisogni di un gruppo significa anche conoscere di più i nostri figli e avere gli strumenti per agire di conseguenza.

I bisogni della persona
Si può entrare in un gruppo per caso ma si rimane solo se il gruppo soddisfa alcuni bisogni della persona. Se questi bisogni trovano, in tutto o in parte, una risposta in famiglia l'attrazione del gruppo è più bassa, viceversa il gruppo diventa centrale per l'adolescente.
Stiamo parlando di:
•    stima e autostima: essere apprezzato, valorizzato;
•    identità: essere riconosciuto per quello che si è;
•    bisogno di sicurezza: stare tra persone che non mi giudicano, disprezzano, emarginano;
•    bisogno di appartenenza: essere tra persone che mi considerano uno di loro e non un estraneo;
•    bisogno di realizzazione: poter contribuire ad ottenere dei risultati.
Come genitori siamo chiamati non solo a rimproverare e a sottolineare le "mancanze" ma anche a riconoscere e valorizzare il "buono" che fanno i nostri figli.

Il gruppo giovanile
Se la famiglia coglie solo in parte questi bisogni l'adolescente cerca altrove, incontrando facilmente altri coetanei nella sua stessa situazione: nasce così un gruppo. Il gruppo non è mai la sommatoria dei bisogni dei singoli ma qualcosa di più che si esprime attraverso alcuni elementi, quali: la forza di coesione, il senso di appartenenza, la pressione di conformità, la competitività.
Quasi tutti questi termini sono, almeno intuitivamente, comprensibili. Vale però la pena soffermarsi sulla pressione di conformità, termine tecnico che riveste una notevole importanza sul comportamento dei membri del gruppo.

La pressione di conformità
La pressione di conformità è quell'elemento che spinge i membri di uno stesso gruppo ad assomigliarsi un po', a fare un po' tutti le stesse cose, a essere addirittura riconosciuti a vista. Questa esigenza tende ad uniformare le condotte, le opinioni, le percezioni, le informazioni, le idee.
Tanto più questa pressione è forte - e come genitori conosciamo poco il gruppo che nostro figlio frequenta - tanto più scopriremo in lui atteggiamenti che ci sorprenderanno e che egli giustificherà con: "ma fanno tutti così".

Conclusioni
Possiamo tutti cogliere che il gruppo è in grado di condizionare in modo significativo, nel bene e nel male, le persone che vi partecipano. Nel caso dei figli occorre - da una parte - non sottovalutare i loro bisogni e - dall'altra - seguirli nelle loro amicizie, frequentazioni, orientarli verso certi amici anziché altri.
Tutto questo non è intrusione nella loro vita, ma esercizio della nostra genitorialità.
L’attenzione ai bisogni delle persone vale anche per i nostri gruppi famiglia e per i gruppi che seguiamo in parrocchia e altrove. Teniamone conto!

Il ruolo del leader all'interno del gruppo

Il leader, all’interno del piccolo gruppo, svolge la funzione di mediazione tra le esigenze del singolo ed i bisogni del gruppo.
Chi è il leader nel gruppo famiglia?
Di solito la coppia che, con il sacerdote, ha dato origine al gruppo stesso.
È questa coppia che, con buone probabilità, viene eletta dopo il necessario periodo di rodaggio come coppia responsabile. Ma, dopo i due anni canonici, se il gruppo gira bene è difficile procedere alla sua sostituzione: perché cambiare? Perché rischiare di far naufragare il gruppo nel caso che la nuova coppia non sia all’altezza del compito?
In questo modo si commette un grave errore: si blocca il ricambio e le altrecoppie del gruppo non "crescono", rimanendo "dipendenti" dalla coppia promotrice.

Il ruolo del leader
Prima di procedere oltre è bene ricordare che le funzioni di un leader in un gruppo sono:
•    Creare un clima di fiducia e comprensione tra i vari membri del gruppo;
•    Organizzare le attività del gruppo perché si realizzino le attese dei singoli;
•    Stimolare l’impegno dei singoli e delle coppie perché l’attività del gruppo sia sempre più frutto di un impegno collegiale;
•    Assumersi le responsabilità che comporta questo ruolo nei confronti del sacerdote e, più in generale, della comunità parrocchiale.
Questi sono anche i compiti della coppia responsabile: da qui si può facilmente dedurre che leadere e coppia responsabile devono coincidere. Ma è proprio vero che queste funzioni devono essere sempre e comunque svolte da una sola persona o coppia? Non sono in parte delegabili ad altri?

Condividere gl'impegni
Una buona coppia responsabile, dopo aver dato vita ad un gruppo, avergli dato obiettivi, motivazioni, metodi, deve porsi come obiettivo quello di farlo crescere e renderee autonomo.
L'accoglienza, il ricordare gli incontri può essere un incarico a rotazione, come il preparare il tema della serata, la preghiera conclusiva, il brano della Lectio. Lo stesso vale per le relazioni con la comunità parrocchiale.
In questo modo le singole coppie del gruppo fanno esperienza, acquistano sicurezza, si rendono autonome.
A questo punto la coppia promotrice, pur senza lasciare il gruppo, potrà assumersi altri impegni, nella consapevolezza di aver realizzato un buon obiettivo: quello di non essere più indispensabile per il funzionamento del gruppo.

formazionefamiglia@libero.it
Altre indicazioni si possono trovare nel sussidio: “I Gruppi Famiglia, una realtà da vivere e scoprire”, reperibile alla voce: "pubblicazioni".
Tratto in parte dalle dispense di: Cervellini L., Psicologia della relazione umana, ISSR Torino, anno 2004-2005.