LA RELAZIONE DI COPPIA NELLA STAGIONE ANZIANA
Occorre superare il mito del nido "vuoto", non affannandoci a riempirlo facendo a tutti i costi "cose" insieme o vivendo "vite parallele", ma avendo spazi propri da condividere con l’altro e tornando "in pellegrinaggio" a quei momenti in cui la vita ci ha toccato in modo esclusivo.

di Maria Teresa Zattoni*
La stanza segreta della relazione coniugale nella stagione anziana della vita è da esplorare di nuovo. È la fase del nido vuoto, in cui - oggi più che mai - i figli se ne sono andati, i nipotini non appaiono all'orizzonte.
A volte questo nido resta per sempre vuoto, perché i figli - magari uno o due soltanto - sono in tutt'altre faccende affaccendati che nel mettere al mondo figli.
Come dunque riempire il nido? Ecco un'espressione che rischia di rendere insolubile proprio il problema che si vuole risolvere. Riempire il nido sembra l'ultimo affanno che attende la generazione anziana. Come se si dovesse mettere fuori un manifesto: "Figli cari, noi abbiamo i nostri impegni, non disturbateci".

Verso la non-evoluzione?
L'utopia di avere comunque un nido "pieno".
A badar bene, quello di riempirsi la vita sembra l'ultimo impegno, in assenza del quale pare ci sia il vuoto. Ed è una visione presente anche negli addetti ai lavori: vi sono psicologi dell'età evolutiva che concepiscono l'ultima età della vita come non-evolutiva, cioè come di stasi.
Vien spontaneo pensare: tanto camminare, tanto andare verso... verso il "fermi tutti", dietro cui si intravede il nulla?
È in questo modo che si mettono le premesse per l'utopia di un nido "pieno", di un tempo indaffarato, di un correre per accumulare, anche per i genitori anziani.
Viene in mente la metafora del carrello della spesa: fin da piccoli siamo stati addestrati a riempirlo, ad accumulare, tappa su tappa. Un carrello vuoto è un contro-senso, anzi perfino qualcosa che genera tristezza.
Poveri genitori anziani con il carrello vuoto! Sono i primi loro ad essere convinti che occorre ancora riempirlo, se no si sentono vuoti, inutili, senza scopo.
Il nostro carrello che si deve riempire ci spinge dunque a prepararci ad uscire dal supermercato della vita con più merci che si può, per illuderci che abbiamo ancora da consumare, da fare, se non da produrre: prima di finire alla discarica.

Asfissia reciproca
Stare sempre insieme, con il rischio di imporre le proprie scelte personali o di subire quelle dell'altro.
È così che la stanza segreta della relazione coniugale non ha più segreti perché ciascuno dei due coniugi tenta di trasformarla secondo il proprio binario biologico-psicologico-culturale. Forse si aspettava il tempo del "finalmente soli", ciascuno in proprio.
Niente più orari di lavoro, niente più controlli per l'orario di rientro dei figli, per i loro sbagli, ora il tempo è diventato "nostro". Ma è a quel "nostro" che vengono dati significati differenti: il nostro nel senso di finalmente faremo qualcosa assieme, staremo sempre insieme o nostro nel senso di ciascuno per conto proprio.
Nel primo caso l'asfissia è a portata di mano: o l'altro fa ciò che io ho sempre desiderato o io mi adeguo a fare ciò che l'altro vuole.
Il pensionamento di uno o di ambedue i coniugi è un po' il cavallo di Troia che conduce a questo desiderio nascosto. "Ora finalmente faremo qualcosa assieme!".
O al contrario: "Aiuto, che cosa farà mai a casa tutto il giorno, se non darmi ordini su ciò che devo fare?".
L'asfissia reciproca può essere il punto massimo di delusione, dove si coagulano rancori, paure, autodifese arroccate. "Ormai non ha più scuse: né il lavoro, né il problema dei figli o dei soldi; è soltanto un superficiale e un taccagno - diceva una lei esasperata - mettiamoci una pietra sopra".
La "pietra sopra" può essere il mutismo, la distanza, l'insofferenza.
Oppure la fuga; una fuga, perfino, in un nuovo amore. Così si possono spiegare molte separazioni dopo i cinquant'anni, quando i figli sono "a posto" e si attendono solo più le nozze d'oro.

Vite parallele
Ciascuno con una propria vita, per cogliere il più possibile, prima che sia troppo tardi.
Nel secondo caso, esplodono le "vite parallele", con una sorta di rispetto formale per i gusti (strani) dell'altro e con un rassegnato venir meno ai "diritti" a cui si era abituati.
In simili casi, di solito, uno spalanca gli occhi sulle novità dell'altro: "Ma quando mai ti è piaciuto ballare? Tu, che non volevi mai uscire...". Oppure le prende per civetteria o capricci: "Il coro? Ma se hai i capelli grigi... e non hai mai cantato prima, nemmeno La montanara...".
Si rischia così di avere vite parallele, in cui ciascuno arraffa ciò che può, prima che sia troppo tardi: e con la tristezza imbavagliata. Del resto, questo approccio è congruo a questa società degli individui, sempre più soli, frammentati, reciprocamente disimpegnati, anche quando sono in due.

E se?
Incominciare con rinnovare il proprio appartamento.
E se uscissimo dalla sindrome del riempire il carrello? Se la facessimo finita con la metafora impietosa del "nido vuoto"?
Il nido è già pieno; anzi, dal carrello possiamo cominciare a togliere un po' di zavorra o di inutilità.
Cominciamo con l'architettura di interni, anche in senso fisico. Stesso appartamento, stessi metri quadri, quelli di una vita. Certi appartamenti di anziani sembrano musei: si respira un che di passato, di consunto; non per i mobili che hanno la loro dignità di "modernariato", ma per la loro disposizione non più funzionale.
È molto utile un certo rinnovamento nella disposizione della casa - per lo meno dei mobili. Sarebbe un bel segnale: ad extra - noi due siamo in una tappa preziosa e nuova della nostra vita, non abbiate preoccupazione per noi! - e ad intra - noi due ci rinnoviamo, sappiamo che il nostro star bene insieme è il bene più prezioso che ci possiamo scambiare.
Rinnovarsi: non solo nella disposizione della casa. Ma come? Con il darsi tempo: il che è ben diverso dal "fare le cose assieme".

I frutti messi in comune
Non avere solo spazi di coppia ma anche spazi propri. Da condividere, nei frutti, con l'altro.
Certo, ci sono ora attività che finalmente possono essere conosciuti come spazi di coppia (frequentare di più gli amici, il gruppo familiare in parrocchia, un'attività culturale, ecc.), ma questo non toglie che ciascuno possa avere spazi propri.
Non si tratta di avere "vite parallele", perché ciascuno è grato all'altro delle libertà che si prende ma, soprattutto, ciascuno partecipa all'altro ciò che fa.
Ciò che è messo in comune sono i frutti, non gli spazi e i tempi. "Ridere e divertirsi senza il marito va bene - diceva una lei al suo gruppo - ma il punto è che noi due viviamo il doppio quando gli racconto come ci siamo divertite". Questo è il nido pieno: portare a casa per l'altro ciò che viene fatto altrove.
Ciò non ha nulla a che fare con l'indifferenza, con il lasciar fare, con il sopportare.
Talora in queste età "senza compiti" affiorano qualità, potenzialità, desideri, voglie sane di fuga che erano state nascoste.
"Caro impiegato di banca, tu nascondevi l'artista!", diceva una lei che aveva organizzato entusiasta una mostra di quadri di suo marito, giusto collocati nella ex stanza dei bambini. E così anche per lei quando si butta in attività che le riempiono cuore.
Non si tratta dunque di fare le cose assieme, ma si tratta di imparare una nuova forma di condivisione, in cui ciascuno è diventato il porto dell'altro.

I testimoni
I sacerdoti, gli operatori, dovrebbero ringraziare la coppia per il servizio che anche solo uno dei due svolge nella comunità.
Un porto serve per tornare a casa, per riposare; ma anche per spiegare ancora le vele.
Ciascuno con la certezza che l'altro, il suo porto, c'è e allarga il suo abbraccio per accoglierlo. Se diciamo che queste sono favole, non abbiamo occhi per vedere!
Qui dovrebbero guardare i parroci, gli operatori, perché sono loro i testimoni di quanto le coppie in questa fase hanno imparato a navigare, ciascuno per un tratto da solo; quanto danno, ciascuno, alla vita parrocchiale, magari, o sociale e culturale.
Se cogliessero il valore dell'apporto dei "giovani-vecchi-coniugi", comincerebbero a vedere come lavora la coppia, dietro una persona (che magari essi si ostinano a trattare come singolo).
Bisogna imparare a celebrare la coppia, nelle nostre comunità. Ma non basta celebrare gli anniversari di matrimonio!
Occorrerebbe anche dar voce al sostegno che la coppia si dà, lasciando che uno - a nome di ambedue - metta a frutto talenti e tempo a favore della comunità, perfino quando la coppia non ne è del tutto consapevole.
Elevare a dignità di parola l'azione nascosta della coppia, aiuta la stessa coppia a rendersi consapevole del servizio reciproco, oltre che alla comunità. Il nido è già pieno: di ciò che ciascuno permette all'altro, senza controllo e senza invidia.

L'esclusiva
Nella coppia anziana c'è un "andare indietro" che solo loro possono fare, un pellegrinaggio della memoria là dove la vita a due ha avuto un "passaggio" esclusivo.
Ma c'è uno spazio-tempo in cui essere tangibilmente assieme, il cui rinnovarsi ha a che fare con i passi compiuti. E ciò è nell'ordine della profezia: cioè del vedere il prossimo passo dalla nostra vita, dopo aver guardato indietro, perché il passato prepara il presente.
C'è un "andare indietro" che è esclusivo dei due e non può essere fatto che da loro stessi. Per questo penso con tristezza alla coppia separata che si è (volutamente?) tagliata via un pezzo di storia, di vita. Un luogo che non può essere occupato da nessun altro.
Questa tappa è la tappa dell'esclusiva: corriamo tanto dietro all'esclusiva (giornalistica, televisiva, di oggetto firmato...) e non sappiamo portare alla luce (per noi stessi, anzitutto) ciò che di esclusivo possediamo.
Questa della coppia anziana è un poco l'epoca dei "pellegrinaggi" verso qualcosa che si è manifestato: il luogo dove ci siamo incontrati la prima volta, dove abbiamo dormito insieme la prima notte, il luogo dove è nato il primo figlio, poi il secondo,...il luogo dove ci hanno detto le loro scelte, dove si sono sposati, dove hanno battezzato il nipotino... pellegrinaggi dello spirito, magari negli stessi 80 m²!
Pellegrinaggi per sorridere o per tenerci la mano, scoprendo ora quanto l'abbiamo scampata bella, o quanto siamo stati forti a non lasciarci abbattere ("Ma come abbiamo fatto?! E quale santo ci ha aiutato?").
L'esclusiva della vita a due è fatta di passato prossimo: sembrava appena ieri che... è caduto per le scale, triciclo compreso, e la corsa all'ospedale... e ora c'è un altro cucciolo come lui, pronto a tanto pericolo... e come ci siamo abbracciati, senza accusarci a scampato pericolo. Ci sono certe cose che solo noi due potevamo fare, vivere, gioire o patire; solo noi due!
Il nido è pieno; bisogna ogni tanto dargli una spolveratina; e buttare per aria qualcosa, scrollare la polvere: sotto c'è sempre il nuovo. Da rivisitare. Per il prossimo trasloco.
* pedagogista e consulente per la famiglia

Testo tratto dal libro dell'autrice: Il nonno e il laureato. Genitori, figli adulti e nonni e le relazioni familiari nella vita quotidiana, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2007, p. 43-52. Sintesi a cura della redazione.

Della stessa autrice:
A pranzo da mamma. La coppia e le famiglie di origine.
Foto di famiglia. Gioie e conflitti in una famiglia con bambini.
Genitori nella tempesta. Le relazioni familiari e l’adolescenza.
Tutti i titoli sono stati pubblicati dalle Edizioni San Paolo nella collana PEF (Piccola Enciclopedia della Famiglia).

Domande per la R.d.V.:
(Valide per tutte le coppie, non solo quelle anziane!).
• Anche noi ci accorgiamo ogni tanto di impegnarci in mille cose, come se il fermarsi fosse uno spreco di tempo, anzi un pericolo?
• Vicini, vicini, come due piccioncini... Ma è la vicinanza fisica che conta o ci sono anche altri tipi di vicinanze?
• Voglio del tempo per me, per fare quello che voglio io... è proprio vero o è solo un modo per fuggire dai propri impegni?
• Cambiare casa, cambiare quartiere, trasferirsi in un altra città. È soltanto una necessità inevitabile e pesante o può anche essere un’opportunità?
• Cosa ci raccontiamo a fine giornata? Solo di quel collega antipatico, solo del mal di pancia del bambino o anche cose e gl’incontri che ci hanno emozionato, indignato, fatto gioire?
• Qualche volta riusciamo a dirci: "Ti ricordi quella volta che.."?
• Riusciamo a ridere dei nostri reciproci errori compiuti in passato, oppure c’è ancora qualcosa che...?

La vita quotidiana di una coppia di pensionati

Siamo una coppia sposata da 44 anni, senza figli e viviamo a Carpi.
Siamo andati in pensione quasi contemporaneamente 15 anni fa, io a 55 anni dopo esser stato responsabile informatico in un'azienda d'abbigliamento e mia moglie a 51, dopo aver fatto per vari anni, alle dipendenze dell'ente locale, l'operatrice sociale nell'assistenza domiciliare agli anziani.
L'andar in pensione è stata una scelta comune per ragioni di salute, per poter disporre diversamente del nostro tempo, aver più tempo per la coppia ed avere più disponibilità per gli altri.
Non avendo figli non ci siamo trovati a tempo pieno a fare i nonni, però ci siamo riproposti di aiutarci di più tra di noi e di tenere l'occhio attento al volontariato e ad approfondire il cammino di fede come coppia.
Da oltre 30 anni frequentiamo gruppi d'ispirazione cattolica. Risalgono inoltre proprio all'inizio del pensionamento i nostri primi campi scuola con i "Gruppi famiglia" che abbiamo frequentato per anni e da cui sentiamo di aver ricevuto molto, sperando di aver anche dato qualcosa.
Nella vita d'ogni giorno per mia moglie è stato più semplice, data la sua esperienza di lavoro, inserirsi in associazioni di volontariato (Caritas, AVO- CISL ed altri organismi sociali), oltre che ad essere vicina a famiglie con problemi di anziani e malati.
Per me invece è stato più difficile, perché l'essere ragioniere con conoscenza del computer portava le associazioni di volontariato a volermi inserire in lavori d'ufficio, affaticandomi e tarpando così le ali alla mia fantasia.
Per fortuna sono riuscito a capire di poter essere utile agli altri anche portando solo un sorriso ed ho così dato sfogo ai miei talenti dando più spazio alla recitazione ed alla poesia, andando con spettacoli dialettali brillanti in teatri, centri sociali e strutture protette.
Sto frequentando a Modena una Scuola di Teatro, col cui gruppo oltre che a dedicarci a testi classici, portiamo nelle chiese drammatizzazioni religiose (Apocalisse, traduzioni di spiritual ed ora il "Quinto Evangelio" di Pomilio).
In famiglia la nostra giornata, da qualche tempo inizia, abitando lontano dalle chiese, con l'ascolto della Messa in TV su SAT 2000, in cui ci scambiamo il bacio della pace.
Si prosegue collaborando nelle cose familiari avendo attenzione che l'altro possa rispettare gli orari nello svolgere le attività, in cui è impegnato a favore degli altri. Ci apprestiamo così, giorno per giorno, a vivere serenamente la nostra vecchiaia.
Giacinto e Raffaella Bruschi