Foglio di collegamento tra Gruppi Famiglia
GF81 – settembre 2013
I VERBI DELLA VITA FAMILIARE
Amare, educare, condividere, pregare

1-LETTERE ALLA RIVISTA
L’amore coniugale è pienamente umano, totale, fedele ed esclusivo, aperto alla vita

Una volta il fondamento del matrimonio era l'indissolubilità, ora per molti il fondamento del matrimonio è la fedeltà; quando questa viene meno finisce il rapporto. Gli sposi di oggi sono diventati meno capaci di perdonare?
Giacomo

Risponde don Giancarlo Grandis, vicario episcopale per la cultura della diocesi di Verona
Lei, signor Giacomo, tocca un punto decisivo della concezione cristiana del matrimonio, quello delle sue due proprietà, l’unità e l’indissolubilità, due caratteristiche, queste, esigite dalla stessa natura dell’amore coniugale e dalla "comunità di persone" (communio personarum) che ingloba tutta la vita dei coniugi, a motivo della quale essi "non sono più due, ma una carne sola" (Mt 19,6).
Con l’avvento dell’istituto del divorzio introdotto dagli Stati in questi ultimi anni, queste due proprietà si sono progressivamente oscurate nella coscienza di molti. Anzi, la cultura individualista che si è andata imponendo vede nell’affermazione di queste due caratteristiche come un attentato alla libertà personale, affermata come valore assoluto, cioè sciolto da ogni legame di carattere etico.
Nonostante la stagione secca sul piano dei valori, la Chiesa non può rinunciare dal continuare ad evangelizzare questi due valori che rendono il matrimonio non un semplice contratto in balia delle cangianti situazioni, ma un’esperienza altamente umanizzante. L’amore che è messo in atto dal patto coniugale ha le caratteristiche di essere pienamente umano, totale, fedele ed esclusivo, aperto alla vita.
Ed è proprio la fedeltà a garantire la permanenza di questi valori durante tutta la vita degli sposi. Il vincolo matrimoniale è attivato proprio dalla promessa di essere "fedele sempre, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia, tutti i giorni della vita", come recita la formula del rito.
Certo questo tesoro noi lo portiamo "in vasi di creta", cioè dentro un’umanità che è stata ferita e resa fragile dal peccato. Ma alla fragilità, qualora capiti di sperimentarla, si risponde non con la rottura del vincolo, ma con il perdono e la misericordia. Così come ha fatto Gesù che con il suo perdono a ripristinato in noi la relazione di amore a cui egli è sempre stato fedele nonostante le nostre infedeltà. È proprio la fedeltà che garantisce la vita del matrimonio fino alla fine. E la fedeltà è sostenuta dalla specifica grazia di stato che il sacramento del matrimonio elargisce a chi si sposa "nel Signore".
giancarlo.grandis@tin.it

 

2-DIALOGO TRA FAMIGLIE
La convivenza e il progetto di un figlio.
Per non lasciarsi sopraffare dall’egoismo.

Convivo da tre anni con un ragazzo e mi trovo molto bene. Sono felice, serena, contenta della mia vita.
Ma c’è un ma… Lui vorrebbe un figlio per realizzarci meglio come coppia ma io non mi sento pronta. Stiamo così bene noi due soli, uno per l’altra! Sono troppo egoista?
Mary

Non so se sei egoista: non sta a me giudicare. Piuttosto ti porrei alcune domande: quanto tieni presente i desideri del tuo ‘lui’? Cioè, vuoi il suo bene, lo ami davvero o pensi più a te stessa, alla tua felicità, che al noi di coppia? Quale progetto di coppia ispira la vostra vita?
Ti sei mai chiesta se il convivere e il non essere sposata ti crei, sotto sotto, un senso di incertezza per il futuro che concorra al non desiderare un bimbo?
Forse potresti anche chiederti cosa significa, nel profondo, il tuo "non mi sento pronta".
Certo un figlio è impegnativo, è una persona di cui occuparsi e con cui ‘fare i conti’, nel senso che è un altro che chiede amore, attenzione, cura, rispetto (non solo da piccino… si resta genitori per tutta la vita!), ma è un dono talmente grande e portatore di vita e di gioia per la coppia che, come mamma e nonna, faccio fatica a pensare come una persona se ne possa privare volontariamente…
Mi rendo conto che, nella situazione attuale, a molte persone manca la speranza, la voglia di scommettere sul futuro… ma una coppia giovane e credente crede che la sua vita è nelle mani buone di un Padre che "provvede ai gigli del campo e agli uccelli del cielo"… e tanto più alle sue creature!
Infine, ma non ultimo, visto che ti poni come problema morale l’essere egoista, hai mai pensato che, per una credente, il convivere sia una situazione morale molto più grave?
Anna Lazzarini

3-EDITORIALE: I VERBI DELLA FAMIGLIA
Amare, educare, condividere e pregare sono i quattro verbi che la famiglia è chiamata a coniugare nella sua vita

di Franco Rosada
Iniziamo subito con una confessione: il titolo e l’articolazione di questo numero non sono "farina del nostro sacco" ma sono ripresi da un libro di padre Enrico Masseroni, ora arcivescovo di Vercelli.
Il libro, il cui titolo è "Le frontiere della profezia", raccoglie due corsi di esercizi spirituali tenuti da padre Enrico alle famiglie della sua diocesi, che allora era quella di Mondovì.
Il tutto faceva parte di un progetto più ampio, che prendeva le mosse dalla sua terza lettera pastorale: "Annunciamo la buona notizia sulla famiglia" e si articolava in una serie di iniziative diocesane e parrocchiali.
Tra queste trovò spazio anche la Scuola per famiglie, animata da Anna e Guido Lazzarini, che durò quattro anni.
Se anche i temi proposti dal vescovo mutarono negli anni successivi, questa attenzione alle famiglie fu portatrice di frutti fecondi e duraturi.
Il collegamento tra Gruppi Famiglia, che agli inizi degli anni ‘90 muoveva i suoi primi passi, ricevette grande impulso da questa esperienza.
I temi della lettera pastorale ma, soprattutto, le riflessioni del libro furono riprese ed utilizzate in diversi incontri e campi estivi.
Fatta questa premessa, entriamo nel merito di questo numero.

Amare
Siamo creature bisognose d’amore, crediamo in un Dio che è amore, ma siamo circondati da fallimenti e insuccessi.
Questo succede perché - scrive Fromm - in amore vi sono pochi maestri e tanti dilettanti.
Perché l’amore è un’arte (come tutte le cose serie della vita) e senza impegno, sacrificio, costanza non si può praticare al meglio.

Educare
Anche essere genitori è un’arte, difficile e impegnativa.
È un conto avere dei figli, un altro essere genitori. Genitori autorevoli, consapevoli del valore del compito educativo, che comprende anche - o soprattutto - l’educazione alla fede.

Condividere
Un elemento dell’educazione è insegnare ai figli che esistono anche gli altri, che meritano la nostra attenzione.
Non siamo isole, abbiamo bisogno degli altri come gli altri hanno bisogno di noi.
Abbiamo un maestro, Gesù, che ha condiviso tutto - tranne il peccato - con l’umanità: imitiamolo!

Pregare
Per imitare qualcuno serve conoscerlo e la nostra esperienza di coppia e di famiglia ci dice quanto sia importante il dialogo.
La preghiera, non il "dire preghiere", è proprio questo: dialogare con Gesù, ascoltare il nostro Maestro, attingere alla sua Parola, imparare a fare la Sua volontà.

In pratica
Questi quattro temi sono sviluppati partendo da una riflessione iniziale, accompagnata da domande mirate per la coppia e il gruppo, a cui segue un approfondimento biblico, uno spunto da un libro e le testimonianze.
Confidiamo che questa formula, già usata negli scorsi numeri, permetta alle famiglie e ai gruppi la massima fruizione dei contenuti.
Questi temi non sono "nuovi" per la rivista: nella versione on-line del numero troverete i riferimenti necessari.

Il prossimo numero
Come anticipato a fine 2012, il tema del numero di dicembre sarà "Media e famiglia".
È un tema molto attuale e impegnativo che pensiamo di articolare così:
Famiglia e media, Radio e televisione, Video giochi, Internet, Social network, Chiesa e media.
Questa anticipazione è anche un invito ad inviarci vostri contributi e suggerimenti (che speriamo numerosi) sui temi proposti.
formazionefamiglia@libero.it

C'è un problema che balza subito all'occhio quando parliamo di vita spirituale e famiglia.
Da una parte, e lo si sente ripetere sino alla noia, c'è un bisogno estremo di riattingere alle sorgenti.
Soprattutto oggi. Perché si corre il rischio di inaridire, di morire.
Dall'altra, una constatazione: quanto è difficile far spazio allo spirito e ai valori che contano.
Quanto è arduo passare dal mondo delle immagini al mondo interiore! Dalla periferia delle cose al centro! Non c'è tempo, si dice. Sembra proprio che il tempo sia denaro.
Ma nel senso che il "dio mammona" è un dio vorace, soprattutto del nostro tempo.
E i diritti del cuore? Del mondo interiore?
Padre Enrico

4-AMARE: UN’ESPERIENZA A TUTTO CAMPO
L’amore è un’esperienza che dura tutta la vita e che impegna per tutta la vita
Ingannati sul suo significato, per molti l’amore, non è altro che un miraggio che porta all’infelicità.
Negli ultimi decenni l’amore è stato relegato nella sfera del sentimento e del soggettivo.
Una storia d’amore si costruisce giorno dopo giorno.

di Patrizio Righero
L’amore potrebbe essere il paradosso di un cercatore d’oro. Di quelli che si avventuravano lungo i fiumi con un setaccio in mano e la speranza di far fortuna.
Un cercatore ingannato, però. Quello che - per uno scherzo crudele giocatogli da compagni invidiosi - è stato convinto che il prezioso minerale sia di colore blu. E lui, seduto su una miniera di inestimabile valore, continua a gettare alle sue spalle le pagliuzze gialle e lucenti accumulando un tesoro del quale non godrà mai. E ogni giorno, nella vana ricerca di qualcosa che ha già ma non sa di avere, il suo lavoro diventa più pesante, frustrante, insopportabile.

Cosa significa amare
Allo stesso modo, gli uomini e le donne del nostro tempo spesso continuano ad inseguire un miraggio che li conduce a catastrofi relazionali e familiari. Alla base dell’equivoco c’è un fraintendimento, un inganno sul significato dell’amore.
Che cosa significa amare?
Secoli di storia, di letteratura e di arte, in una parola, di cultura hanno sovraccaricato questa parola di molteplici significati. Ma, per altri versi, l’hanno anche depauperata mettendone in evidenza solo alcuni aspetti.
I mass media, con le dinamiche comunicative che li contraddistinguono, hanno giocato un ruolo fondamentale in questa opera di risignificazione e in parte di banalizzazione dell’amare.
Risultato: a galla sono rimasti i lustrini che, da soli, si sono accaparrati la totalità dei significati della parola.
A fondo - e quindi a rischio invisibilità - è sprofondata la sostanza dell’amare. Che cosa significa dunque amare?
Benedetto XVI dedicò la sua prima enciclica, "Deus caritas est", proprio a questo tema, non evitando alcune precisazioni terminologiche.

Eros e agape
"All'amore tra uomo e donna – si legge nel testo - l'antica Grecia ha dato il nome di eros. Diciamo già in anticipo che l'Antico Testamento greco usa solo due volte la parola eros, mentre il Nuovo Testamento non la usa mai: delle tre parole greche relative all'amore - eros, philia (amore di amicizia) e agape - gli scritti neotestamentari privilegiano l'ultima, che nel linguaggio greco era piuttosto messa ai margini.
Quanto all'amore di amicizia (philia), esso viene ripreso e approfondito nel Vangelo di Giovanni per esprimere il rapporto tra Gesù e i suoi discepoli. La messa in disparte della parola eros, insieme alla nuova visione dell'amore che si esprime attraverso la parola agape, denota indubbiamente nella novità del cristianesimo qualcosa di essenziale, proprio a riguardo della comprensione dell'amore".
Oggi, invece, l’eros sembra essere diventato il tutto dell’amore, a scapito della dimensione amicale e agapica. E si tratta spesso di un eros assolutizzato, indisciplinato, svincolato da ogni legame, anche con la stessa essenza dell’uomo.
"L'eros – si legge ancora nell’Enciclica - ha bisogno di disciplina, di purificazione, per donare all'uomo non il piacere di un istante, ma un certo pregustamento del vertice dell'esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende.
Due cose emergono chiaramente da questo rapido sguardo alla concezione dell'eros nella storia e nel presente. Innanzitutto che tra l'amore e il Divino esiste una qualche relazione: l'amore promette infinità, eternità, una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro esistere. Ma al contempo è apparso che la via per tale traguardo non sta semplicemente nel lasciarsi sopraffare dall'istinto.
Sono necessarie purificazioni e maturazioni, che passano anche attraverso la strada della rinuncia. […] L'eros degradato a puro "sesso" diventa merce, una semplice "cosa" che si può comprare e vendere, anzi, l'uomo stesso diventa merce".
Il cammino da percorrere è quello della verità che, però, nel corso dei secoli, è stata messa ai margini. Soprattutto negli ultimi decenni l’amore è stato relegato nella sfera del sentimento e del soggettivo, fino a cancellare e negare addirittura i confini dell’identità sessuale" (Deus caritas est).

Un amore monco
Che cosa a che fare tutto questo col nostro cercatore d’oro? E con la famiglia?
In molti vivono oggi, tra moglie e marito, tra genitori e figli (e poi da figli verso i genitori anziani) una vasta gamma di atteggiamenti oblativi, eppure faticano a dare a certi gesti, a certi impegni, a certi sacrifici il nome di "amore".
Per molte donne e molti uomini l’impegno oblativo è semplicemente un "dovere". L’amore, per loro, è altro. È altrove. È memoria di un tempo passato (troppo in fretta) o nostalgia di un’occasione mai colta.
E, a lungo andare, quei gesti di amore vero ma privati di identità, si stemperano in una vita scialba e senza intensità.
Anche nelle vicende del matrimonio, il dono dell’amore di Dio viene spesso non più richiesto.
Si procede per inerzia, lasciando sepolto il tesoro della grazia. L’oro c’è ma non si sa di averlo!
Alla mancanza di verità sull’amare si aggiunge spesso un percorso di formazione monco che butta nella mischia della vita dei simil-adulti.
Sono donne e uomini che restano adolescenti nel profondo e che cercano – la cronaca e i pettegolezzi lo testimoniano ogni giorno! – di riaccendere la fiamma di un fatidico "amore" attraverso avventure ed esperienze che lasciano amarezze e scavano ferite talvolta non più sanabili.
Si era accorto di questa deriva educativa lo psicoanalista e sociologo tedesco Erich Fromm che già nel 1956 scriveva: "L’amore infantile segue il principio: amo perché sono amato. L’amore maturo segue il principio: sono amato perché amo. L’amore immaturo dice: ti amo perché ho bisogno di te. L’amore maturo dice: ho bisogno di te perché ti amo". (L’arte di amare).

Amore e quotidianità
Un buon esercizio può essere quello di rinominare - proprio come si rinomina un file sul pc! - tutta una serie di piccoli gesti quotidiani.
• Aggiungere ancora una fatica, la sera, quando si vorrebbe solo lasciarsi sprofondare in un soffice meritato riposo, è amare.
• Trasformare in un sorriso un pungente "te l’avevo detto" è amare.
• Trascorrere in bianco la notte accanto ad un figlio con la febbre è amare.
• Mantenere un impegno, anche e soprattutto quando costa, è amare.
A questi banali esempi, ogni moglie, ogni marito, ogni coppia, ogni famiglia può aggiungere, a partire dal proprio vissuto, quei gesti che vanno a costituire il tesoro di una storia d’amore che si costruisce giorno dopo giorno.
Parafrasando Roberto Vecchioni, sarà bello dirsi l’un l’altro: "forse non lo sapevamo, ma anche questo è amore!".
patrizio.righero@tin.it

Per il lavoro di coppia e di gruppo
• Sappiamo ascoltarci reciprocamente?
• Sappiamo chiedere scusa quando sbagliamo?
• Sappiamo condividere le esperienze vissute separatamente?

5-L’ARTE DI AMARE
Un’arte con molti dilettanti e pochi maestri

La pratica di qualsiasi arte ha delle particolari esigenze.
Innanzi tutto, la pratica di un'arte richiede disciplina. Non sarò mai capace di far nulla se non lo faccio con disciplina; qualsiasi cosa io faccia se sono "in vena" può essere una distrazione, ma io non diventerò mai maestro in quell'arte.
Ma il problema non è soltanto quello della disciplina nella pratica di una particolare arte, è quello della disciplina di un'intera vita.
Chiunque abbia provato ad imparare un'arte sa che la concentrazione è una condizione necessaria. Eppure, nella nostra civiltà è rara la concentrazione. Si fanno molte cose alla volta: si legge, si ascolta la radio, si chiacchiera, si fuma, si mangia, si beve. Questa mancanza di concentrazione trapela chiaramente dalla nostra difficoltà nel restar soli con noi stessi.
Un terzo fattore è la pazienza. Chiunque abbia mai provato ad imparare un'arte, sa che la pazienza è necessaria, se si vuole arrivare.
Eppure, per l'uomo moderno, la pazienza è altrettanto difficile da praticare quanto la disciplina e la concentrazione.
Di conseguenza, una condizione per imparare qualunque arte è un supremo interesse per la padronanza di quest’arte. Se questo manca si resterà, nella migliore delle ipotesi, un buon dilettante, ma non si diventerà mai un maestro.
Questa condizione è altrettanto necessaria per l'arte d'amare come per qualsiasi altra arte. Sembra, tuttavia, che la proporzione tra maestri e dilettanti pesi di più in favore dei dilettanti nell'arte d'amare che in qualsiasi altra arte.
Erich Fromm

6-L’INNO ALLA CARITA’ DI SAN PAOLO
Un piccolo codice per crescere nell’amore: in famiglia, tra sposi, tra genitori e figli, nella comunità

di padre Enrico Masseroni*

Se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per essere bruciato, ma non avessi la carità (agape) non sono nulla" (1Cor 13,3).
Con questa frase Paolo stabilisce i due criteri di valore di una persona. Uno sta fuori di noi. È quello che prevale oggi. La persona vale per quello che fa. Così accade, purtroppo, abitualmente anche in casa. Si crede di essere ottimi mariti o padri perché si lavora dal mattino alla sera. Il lavoro diventa sovente il grande idolo: rende, fa guadagnare, spesso gratifica di più che non fermarsi a dialogare con i figli.
Ma la famiglia ha bisogno soltanto di soldi? I figli hanno bisogno soltanto di vedere il padre o la madre stanchi di lavoro? Oppure c'è bisogno di qualcosa di più?
L'altro criterio di valore di una persona, dice Paolo, sta dentro. È l'amore. Se "non avessi la carità non sono nulla" (v. 3).
Davvero l'amore è il principio di unità della vita.
Legge e profeti si riassumono nell'amore, aveva detto Gesù. È il principio di unità della storia: saremo giudicati sull'amore. È la grandezza più vera di ogni creatura umana: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita...".

"La carità è paziente, è benigna la carità..." (v. 13,4).
C'è un segreto per smontare i meccanismi nascosti o palesi del risentimento o dei rancori: consiste in due virtù difficili, ma possibili: la pazienza e il perdono. La pazienza è necessaria per convivere con gli errori, i limiti, la lentezza delle persone che si amano. La pazienza non è indifferenza, rassegnazione scettica. La vera pazienza cresce con il desiderio che la persona migliori, cambi, con la disponibilità ad aiutare perché ciò avvenga. Perdonare significa lasciar perdere. Ma soprattutto avere l'umiltà di perdere. Solo il cristiano sa dire questa parola con amore; perché solo il cristiano conosce l'icona più commovente e più vertiginosa di tutta la storia del mondo: la croce. Gesù in croce vince la violenza amando; e l'amore, sulla croce, usa queste parole: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34).

"La carità non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità" (vv. 4-6).
Insomma la carità non si chiude, non si accartoccia, ma si apre nel dialogo e nella verità. Paolo in fondo sembra condannare quel fenomeno gravemente negativo che si chiama "narcisismo": la preoccupazione di sé.
Quando questo fenomeno si manifesta fra i coniugi o nei figli, è la vigilia della rottura di ogni rapporto. Si diventa prepotenti, egoisti. Ci si offende per sciocchezze. Il narcisismo è una diffusa malattia che rivela immaturità; è una sorta di spirito adolescenziale che permane negli adulti.
Al contrario la carità, l'amore vero, è accoglienza dell'altro, senza invidia dei suoi doni, e senza nervosismo per i suoi limiti. L'amore dispone all'ascolto, che è un formidabile atteggiamento di carità; l'ascolto è accoglienza profonda e apre alla verità. Oggi c'è un drammatico bisogno di ascolto. Tutti vogliono parlare. La TV "impone" l'ascolto. E pertanto lo umilia. Pochi sanno mettersi in ascolto con amore. Oggi si usa dire che non c'è dialogo. Perché? Quale la causa? È l'incapacità di ascolto. E là dove non c'è ascolto l'amore viene soffocato.

"La carità tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta" (v. 7).
C'è un'arte preziosa da imparare in famiglia: l'arte dell'incoraggiamento reciproco. L'arte di far crescere le persone. L'amore non si ferma alle ombre, esasperandole. Lascia perdere, copre e sopporta. Ma soprattutto ha fiducia e dà fiducia all'altro: crede nella persona, ne coglie i grandi valori, li sa incoraggiare, far emergere. L'arte creativa, che appartiene ai genitori quali collaboratori di Dio nel mettere al mondo dei figli, deve trasformarsi sempre più in capacità di sviluppare le risorse della vita, i talenti, che talvolta sono avviluppati da un carattere infelice e introverso.
L'amore è il segreto per diventare sempre più ciò che si è: coniugi e genitori. La costruzione della personalità del marito è affidata al "genio femminile" della moglie. La formazione della personalità della moglie è affidata al marito. Il futuro dei figli sta molto nell'intelligenza e nel cuore dei genitori.
* arcivescovo di Vercelli
Tratto dal libro dell’autore: Le frontiere della profezia, Paoline Editore, Milano 1994.

La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.
Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!
1Cor 13,8.12-13

7-DARE AMORE
Dare significa fare anche dell'altra persona un essere che dà

Che cosa dà una persona ad un'altra? Dà se stessa, ciò che possiede di più prezioso, dà una parte della sua vita.
Ciò non significa necessariamente che essa sacrifichi la sua vita per l'altra, ma che le dà ciò che di più vivo ha in sé; le dà la propria gioia, il proprio interesse, il proprio umorismo, la propria tristezza, tutte le espressioni e manifestazioni di ciò che ha di più vitale.
In questo dono di se stessa, essa arricchisce l'altra persona, sublima il senso di vivere dell'altro sublimando il proprio.
Non dà per ricevere; dare è in se stesso una gioia squisita.
Ma nel dare non può evitare di portare qualche cosa alla vita dell'altra persona, e colui che riceve si riflette in essa; nel dare con generosità, non può evitare di ricevere ciò che le viene dato di ritorno.
Dare significa fare anche dell'altra persona un essere che dà, ed entrambi dividono la gioia di sentirsi vivi.
Nell'atto di dare qualcosa nasce, e un senso di mutua gratitudine per la vita che è nata in loro unisce entrambe.
Ciò significa che l'amore è una forza che produce amore.
Erich Fromm, L'arte di amare, Mondadori, Milano 1963

8-TESTIMONIANZE SULL’AMORE
L’amore è una forza che produce amore

Amare sempre
Come marito e moglie ci siamo scelti, i figli desiderati sono un dono prezioso, siamo una famiglia, ovviamente ci amiamo, anche se nulla è scontato.
Sentiamo la profondità e la freschezza del nostro amore, quando riusciamo a condividere le scelte importanti, quando fra noi c'è comunione, quando insieme ci impegniamo per gli altri, quando siamo rilassati e insieme ci divertiamo, ecc.
Ma questo è un amore dei giorni felici e la vita, con la stanchezza di ogni giorno, con le sue corse, i suoi imprevisti, spesso ci mette alla prova; allora l'amore è un po' meno spontaneo e diventa una scelta che ci chiede impegno e coraggio.
Nel semplice trascorrere della quotidianità vorremmo amare un po' di più gli uni i difetti degli altri, vorremmo amare di più i nostri figli anche quando non corrispondono alle nostre aspettative, quando per l'ennesima volta ripetiamo loro la stessa cosa.Come moglie vorrei amare di più mio marito nei suoi silenzi che non sempre capisco, nelle sue scelte che magari per me sono faticose da accettare.
Francesca Brusorio

L’amore quotidiano
Amare è un verbo, non un sostantivo. È un’osservazione grammaticale, ma è anche e soprattutto la realtà dei fatti che gli sposi provano.
Gli sposi dell’amore sperimentano i volteggi quotidiani, e sanno bene che l’amore è tutt’altro che immobilismo. Proprio per questo, se amare è un verbo, e non un sostantivo, occorre declinarlo ogni giorno.
Nel quotidiano l’amore s’incrina, nel quotidiano si consolida. E, grazie a Dio, nel senso non solo proverbiale dell’espressione: all’origine c’è un patto, un vincolo, una promessa.
Questa promessa è garanzia di stabilità, memoria di quella volontà che permette di reggersi e di reggere in piedi, quando i boccioli dell’innamoramento chiedono linfa e s’appassiscono un po’.
L’amore dunque non è dato una volta per tutte. Non è un dato che si emette in modo fisso.
È molto più che una data, quella della celebrazione delle nozze, in cui la vertiginosa proiezione sulla vita è una scommessa che solo la Grazia di Cristo può garantire.
Joram e Stefania Gabbio

Sulla roccia
Quando nel 1961 i miei genitori si sono promessi amore eterno e fedeltà nella buona e nella cattiva sorte forse non immaginavano quanto avrebbero potuto essere d’esempio per me e per mio fratello... soprattutto nei momenti difficili della nostra vita familiare.
Quando i venti di gravi problemi economici e di malattie hanno iniziato a soffiare su di noi, non hanno di certo spazzato via la nostra casa perché i miei genitori la loro casa l'hanno costruita non sulla sabbia ma sulla roccia, insegnando anche a noi come metterla su mattone dopo mattone.
Dio ci ha fatto un dono prezioso: due genitori che con la loro semplicità ed umiltà ci hanno educato all'amore, quell'amore che diventa condivisione delle piccole e delle grandi cose, quella condivisione che diventa preghiera, e non solo a parole ma soprattutto con le opere.
Silvia G.

Un flusso d’amore
Gesù, che sulla Croce dona se stesso, è l’espressione vera dell’amore misericordioso e generoso a cui dobbiamo fare riferimento.
Egli è la Carità che ci aiuta a risorgere dalle nostre tenebre e ci riporta alla luce. Amare, perdonare e accettare, vuol dire condividere la croce e Gesù stesso. Vuol dire vivere secondo l’insegnamento che ci viene dal Padre che ama il Figlio che a Sua volta ama il Padre ed entrambi amano e sono amati dallo Spirito Santo.
Si genera così un flusso d’Amore continuo che va da uno all'altro senza soluzione di continuità. Flusso che siamo chiamati a portare nelle nostre famiglie; quindi se vogliamo vivere l’Amore vero, dobbiamo concretizzare il modello che ci presenta la Santissima Trinità.
Allora sì che tutto sarà: Gioia, Luce, Pace, Serenità ed Armonia.
Giuseppe Pacca

9-EDUCARE: LE COSE CHE CONTANO
Non vi sono certezze nel campo dell’educazione.
Serve avere dei principi, rispettarli e farli rispettare
Ci sono beni molto importanti da desiderare per i figli, ma per noi il dono per eccellenza è la Fede.
Pur non avendo avuto telefonino ultima moda, motorino, capi firmati, i nostri tre figli non hanno particolarmente patito esclusioni o traumi.

di Elisabetta Bordoni
Abbiamo tre figli di 20, 17, 14 anni e non abbiamo alcuna certezza in merito all’argomento educazione.
Sarà perché hanno caratteri diversi, sarà perché i tempi cambiano troppo velocemente, ma non esistono regole e quello che sembra avere funzionato con uno si rivela inutile o, peggio, dannoso con l’altro.

Figli desiderati
Eppure questi figli non ci cono capitati fra capo e collo senza che ce ne accorgessimo, li abbiamo desiderati, pensati, cercati, e ovviamente avevamo anche tanti bei progetti su come farli crescere nel modo migliore, saremmo stati i genitori più splendidi del sistema solare…
Il primo figlio ci apprezza abbastanza, il secondo ci considera una parte dell’arredamento domestico, e neanche la più utile, la terza figlia vorrebbe essere adottata da un’altra famiglia.
Premesso ciò, e considerato il risultato dei nostri sforzi, condividiamo volentieri con voi quelli che sono stati i nostri principi ispiratori in questi 20 anni.

Trasmettere la fede
La prima cosa che in assoluto ci interessava trasmettere ai nostri figli è stata la fede. Senza fede non si vive, è l’unica cosa che chiediamo per loro quasi con ferocia nelle nostre preghiere di genitori.
Sicuramente la salute è un bene importante (e non andiamo benissimo su questo fronte), anche la scuola vuole la sua parte, le amicizie e tutto il resto, però il Dono per eccellenza rimane la fede.
Siamo una famiglia praticante, nel senso che andiamo in chiesa tutte le domeniche, ma viviamo la fede in maniera abbastanza individuale: non siamo capaci di fare preghiere insieme e per la verità non parliamo mai di argomenti religiosi.
Se per ora tutti e tre i ragazzi frequentano l’oratorio con annessi e connessi significa che davvero Dio ascolta le preghiere più sincere e, ripeto, assolute, feroci.

Trasmettere valori
La seconda cosa che ci siamo impegnati a trasmettere in prima persona è una sorta di contro-cultura rispetto all’andazzo generale.
In casa abbiamo un televisore solo (un cimelio dotato ancora di tubo catodico!), non adoperiamo abbigliamento firmato, i ragazzi non hanno mai posseduto il gameboy né tutte le varie evoluzioni dei videogiochi.
Sono sopravvissuti a tutto ciò, hanno avuto il cellulare alla fine della terza media e non certo un Iphone ultimo modello. Del fatto che tutti i loro amici fossero dotati fin dalle elementari di un telefonino più o meno costoso non ci è mai importato nulla, e vedo che le tre mosche bianche non hanno patito esclusioni dal gruppo né traumi psicologici.
Non sono mai entrati da Abercrombie (casa di moda molto "in", NdR), solo il più grande va qualche volta in discoteca, non hanno fatto il patentino del motorino perché abitiamo in un posto piccolo e abbiamo tutto vicino.
Non è vero che i bambini e poi i ragazzi soffrono in modo intollerabile se non fanno tutto come gli altri: si abituano semplicemente al fatto che non siamo tutti uguali e che molte cose sono superflue e piuttosto stupide.

Educare all’amicizia
Cerchiamo costantemente di educarli al senso dell’amicizia autentica, profonda, disinteressata. Per noi è sempre stato normale frequentare le persone in base ad un criterio di affinità, di simpatia, di affetto, senza alcun calcolo opportunistico e senza escludere nessuno.
Ci auguriamo che soprattutto da adulti possano vivere rapporti veri, non amicizie di facciata con le persone "giuste" per certi versi ma del tutto "sbagliate" sul piano della confidenza, della sincerità, della condivisione. Non è sempre facile far capire che l’amico vero è quello con cui sei felice, indipendentemente dalle feste che organizza, o dalle cose che si possono fare insieme.
Prima viene la persona, se poi potete anche giocare in un bel giardino o fare una gita in barca; non c’è niente di male, ma prima viene il rapporto personale, dopo la gita in barca, non viceversa, o peggio, solo la gita.
A noi piacciono tanto le persone aperte e generose, e vorremmo che i nostri figli fossero così.
Siamo contenti se condividono con gli altri, se offrono loro il gelato o il cinema senza tenere rigidamente il conto del tocca a me, tocca a te. Pazienza se si viene considerati dei faciloni a cui scroccare una pizza, prima o poi troveranno qualcuno come loro o magari alla fine educheranno gli amici ad atteggiamenti meno rigidi. In ogni caso, quello che i nostri figli hanno imparato da noi è che probabilmente c’è molta gioia anche nel ricevere, ma certamente è un grande privilegio poter e saper condividere soldi, tempo, emozioni.

Rispettare gli impegni
È importante essere delle persone affidabili. Se ti sei preso un impegno con l’oratorio, con degli amici, con i compagni di squadra, non si torna indietro. I bambini, i ragazzi sono spesso incostanti e quando non hanno più voglia di fare una cosa puntano i piedi a adducono mille ragioni a loro favore.
Su questo siamo sempre stati irremovibili: anche nelle piccole cose, una volta che qualcun altro conta su di te non puoi sottrarti alla parola data.
I nostri figli ci prendono un po’ in giro su questa cosa, però alla fine hanno recepito il messaggio e magari sbuffando e brontolando tendono a rispettare gli impegni presi.

Genitori democratici?
Non siamo genitori democratici, né empatici, né simpatici ai nostri figli adolescenti. Siamo così un po’ per carattere un po’ per scelta.
Ad un certo punto i figli devono avvertire una spinta ad uscire da un nido che è diventato scomodo e troppo stretto.
La loro autonomia psicologica e, si spera, anche materiale passerà proprio attraverso un sano conflitto generazionale, ad un certo punto dovranno davvero avvertire che la nostra non è più la "loro" casa e costruirsene una propria, in cui fare finalmente a modo loro, ma assumendosi anche tutte le responsabilità che ciò comporta.
Quindi, in maniera abbastanza consapevole, abbiamo innescato questo conflitto generazionale, che secondo noi è una palestra di vita; sicuramente, se consentissimo ai ragazzi di studiare quando hanno voglia, uscire continuamente, avere tutto ciò che desiderano, l’atmosfera in casa sarebbe più amichevole rilassata, ma per ora ci sentiamo di combattere la nostra battaglia… speriamo che sia una buona battaglia.
e.bordoni@alice.it

Per il lavoro di coppia e di gruppo
• Siamo capaci a dialogare tra noi? Siamo capaci a dialogare con i nostri figli?
• Proviamo nel dialogo a maturare insieme qualche progetto? Qualche decisione?

10-L’OBIETTIVO DELL’OPERA EDUCATIVA
Chiamati alla santità quotidiana

Tutta la vita della comunità conduce ogni suo membro ad impostare la propria esistenza come risposta ad una chiamata che il Signore rivolge ai suoi discepoli: quella alla santità, ossia alla perfezione dell’amore.
È questo l’obiettivo principe dell’educazione che si snoda in ogni tappa della crescita e in particolare nell’età dell’adolescenza e giovinezza, quando i messaggi dominanti di una falsa cultura della libertà esaltano il mito dell’uomo che si fa da sé e non ha bisogno né di Dio, né del suo prossimo.
Al contrario la scoperta della vita come vocazione all’amore che trova la sua piena felicità nel dono di sé, conduce a gestire con gioia, serenità e forza interiore il proprio futuro e a scegliere quella via che lo Spirito rivela nell’animo come la più bella e buona, anche se impegnativa, perché assicura la vera realizzazione di sé e fa esistere pienamente al cospetto di Dio.
Abbiamo bisogno oggi di adulti significativi e autorevoli testimoni di questa impostazione di vita con le loro scelte positive, gioiose e ricche di esperienze spirituali e di servizio generoso. Veri maestri dello spirito che sanno accompagnare soprattutto i ragazzi e i giovani, per sostenere il loro discernimento vocazionale che sfoci liberamente alla scelta del matrimonio, del ministero ordinato o della vita consacrata.
mons. Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino
Tratto dalla lettera pastorale: Sulla tua parola getterò le reti, Torino 2011 n.13

11-RESTITUIRE LA GERARCHIA DEI VALORI
Siamo chiamati, come genitori, ad essere educatori, a vivere e a trasmettere i valori in cui crediamo
Nella società Dio e gli altri non contano: conta l’avere, l’apparire, il potere.
Conta una coscienza "elastica".

di padre Enrico Masseroni*
"Allevateli nell'educazione e nella disciplina del Signore", scrive san Paolo nella lettera agli Efesini (6,4).

Le ragioni della vita
C'è una confusione terribile nelle ultime generazioni: si vive in un clima da Babele che, progressivamente, da esteriore sta diventato interiore. Molti adolescenti non conoscono più le grandi ragioni della vita. Si vive e basta.
E anche quando queste ragioni ci possono essere perché sono state apprese in famiglia o a catechismo, in occasione della cresima, sono spesso drammaticamente deboli, scarsamente significative. Sono ritenute opinabili.
La confusione consiste soprattutto nel non sapere quali sono le cose più importanti e più decisive: se il fare soldi o essere onesti, l'avere una fuoriserie o vivere in grazia di Dio, il lavoro o l'andare a Messa.
E questa confusione è data dal fatto che, nella società, Dio non conta; in famiglia, nel papà o nella mamma, appena c'è un conflitto, ad esempio tra la fedeltà a Dio e le esigenze di lavoro, Dio, la celebrazione eucaristica, la preghiera vengono messi da parte.

Serve la testimonianza
Qual è, allora, il grande compito educativo della famiglia?
Aiutare ad uscire dalla confusione; ristabilire la gerarchia dei valori; dimostrare con la testimonianza e con la parola quali sono le cose che contano di più e quelle che devono contare di meno.
Questo è possibile soprattutto attraverso le situazioni di conflitto d’impegni.
Si tratta di non perdere queste occasioni. Quando ad esempio c'è conflitto tra lavoro e fedeltà alla Messa. O anche quando c'è conflitto fra persone: deve apparire chiaro che chi perdona o chi chiede scusa, vince e dimostra in concreto da che parte stanno i valori. Chi invece cede alla vendetta, perde.

Non abdicare
Le "situazioni di conflitto" sono appuntamenti preziosissimi per educare. Si tratta di non perderli.
Questo accade quando si è arrendevoli per non avere grane, quando si abdica al proprio compito di illuminare, di dialogare, di convincere da quale parte stia il bene o il male.
Certo il farsi carico della libertà dei figli è l'impresa più difficile. Talora è come il travaglio di una nuova generazione. Ma è questo il momento in cui i genitori diventano veramente educatori, diventano autentici genitori.
È il momento in cui diventano capaci di "passare il testimone".
* arcivescovo di Vercelli
Tratto dal libro dell’autore: Le frontiere della profezia, Paoline Editore, Milano 1994.

Educare è possibile
Educare è difficile, o Signore,
perché educare è generare la vita
giorno dopo giorno.
Educare è stare al fianco
della libertà dei nostri figli,
per rispettarla, illuminarla e amarla,
nel dialogo paziente,
come tu hai fatto un giorno
sulla strada di Emmaus
con i discepoli scoraggiati e tristi.
Educare è far innamorare della vita,
del futuro e del tuo disegno
in germe nel cuore di ciascuno.
Ma quanta fatica, o Signore,
quando la libertà delle persone
che amiamo si lascia invaghire
dai miti illusori e deludenti.
Quanta pazienza per capirsi
quando i figli sembrano
parlare un altro linguaggio.
Abbiamo bisogno di te, o Signore,
per rinnovare nel loro cuore
il mistero della tua creazione.
Aiutaci a educare con la parola,
ma soprattutto con l'esempio
che dà senza contropartita,
perché alfine il tuo amore
faccia breccia nel loro cuore,
e capiscano che solo tu
sei la risposta al loro desiderio
infinito di felicità.
padre Enrico

12-GLI ANNI SENSIBILI
Chi salva i primi anni della vita del figlio, lo salva per sempre.

Trovare due psicologi o due pedagogisti che abbiano la stessa opinione su un problema è cosa rara.
Ogni psicologo, ogni pedagogista ha le sue teorie, i suoi punti fermi.
Eppure, il punto fermo che unisce tutti gli studiosi dell’uomo c’è: gli anni decisivi della vita sono i primi.
Dunque chi salva i primi anni della vita del figlio, lo salva per sempre.
Dunque se vi è un'idea sbagliata è quella di pensare che l'educazione ci sia sfuggita di mano. Idea sbagliata perché i primi anni della vita del figlio sono in gran parte in nostro potere.
Dunque essere bambino è un'occasione unica che non si ripeterà mai più per tutta la vita.
Dunque le prenotazioni della nostra felicità scadono prima dei dieci anni!
Sono alcune delle conseguenze della certezza che unisce tutti: il periodo più sensibile della vita umana è l'infanzia.
Tutto ciò ci deve far prendere coscienza che essere padri ed essere madri nei primi sei anni della vita del piccolo è un impegno che non ha paragoni.
Costruire un calcolatore elettronico è grande. Andare sulla Luna è meraviglioso. Mettere le radici ad un uomo è immenso!
Pino Pellegrino: I primi sei anni da mamma e papà, Astegiano Editore, Marene (CN) 2013.

13- TESTIMONIANZE SULL’EDUCAZIONE
Mettere le radici ad un uomo è qualcosa d’immenso

Un "lavoro" difficile
Educare deriva dal verbo "educere", tirar fuori, allevare.
È difficile condurre fuori dal male, dall’ignoranza e allevare al bene.
Questo non è mai qualcosa di scontato: per condurre bisogna sapere dove andare e dove si vuole arrivare e, purtroppo, spesso nemmeno gli educatori hanno le idee chiare.
Ma non basta: una persona ci segue nel cammino se si sente amata, considerata, non criticata e presa in giro se sbaglia ma aiutata a correggersi.
Infine ogni figlio va amato in modo unico, senza fare confronti.
Questo credo sia il segreto di un educatore: amare sempre, come il Padre buono che aiuta il figlio presente ma aspetta il figlio che si è allontanato, pronto a fare festa appena lo vede spuntare.
Franca e Mariano

"Fare" la pasta
Sapete che sono capace di fare la pasta "fatta in casa"?
No, non preoccupatevi, non sono matta!
Riflettevo sul fatto che se sono capace di farlo, non è perché mia madre e mia nonna mi hanno insegnato come si fa, ma quando ero bambina l’ho visto fare da loro tante volte, e quando ho avuto una famiglia mi sono ritrovata a saperlo fare, grazie al loro esempio.
È qui che volevo arrivare, l’esempio.
È difficile avere riscontro nei ragazzi, difficile trovare spazio per farsi ascoltare e capire da loro, difficile parlargli di Dio, difficile che quello che gli arriva di positivo porti i suoi frutti subito… ma possiamo ogni giorno dargli l’esempio.
Laura (da GF66)

Un dono da "scartare"
In questo momento della nostra vita familiare sentiamo l'educare come una fatica che appaga poco, forse siamo troppo preoccupati di vedere "risultati" immediati, che ci perdiamo un po' la bellezza del cammino e la gioia per le piccole cose.
A volte trasformiamo l'educazione in un insieme di tante regole di buon comportamento, allora le nostre cene, il nostro tempo di famiglia diventano un continuo rimprovero.
Educare i nostri figli è certo un compito straordinario; dovremmo riuscire a liberarci dall'ansia di dover insegnare tante cose, per essere compagni di viaggio che guidano, stanno vicino, sostengono e a volte fanno un passo indietro, per lasciare la possibilità di sbagliare (non troppo) e di scegliere il proprio cammino.
In tante occasioni come genitori ci siamo detti che i figli sono un dono; un regalo è un bel pacchetto che contiene qualcosa di meraviglioso, ma deve essere scartato. Vorremmo aiutare i nostri figli a "scartarsi", a guardarsi in profondità per cogliere i desideri del loro cuore, perché ciascuno a modo proprio possa far fiorire i meravigliosi talenti che Dio gli ha dato.
Francesca Brusorio

Il cinesino
Con altri volontari faccio accoglienza a scuola un giorno alla settimana per i bambini che entrano alle 7,30 perché i genitori lavorano.
La nostra è una presenza che non comporta compiti particolari ma i bambini si confidano.
Mi è capitato che i piccoli di "prima" mi interpellino perché il loro compagno cinese arrivato da poco lancia calci e pugni a tutti.
Io mi vedo intorno una decina di bimbi che chiedono spiegazioni e penso al povero cinesino (dal nome impronunciabile) che ha bisogno di affetto e lo dico ai bimbi.
Ed ecco che qualcuno gli dice: noi ti vogliamo bene… e poi lo ripetono in coro... e poi lo scrivono sulla lavagna.
Me ne devo andare perché arriva la maestra e io ho altri impegni.
Durante la settimana ci penso ed al mio rientro mi trovo il cinesino che gioca in classe con i compagni mentre prima se ne stava seduto al suo banco a testa china!
Irene

14-CRISTO: IL RE MENDICANTE
Gesù ci chiede di essere come Lui, con la dignità di un re ma con la fame di vita dell’ultimo mendicante
Se ci riconosciamo re mendicanti possiamo riconoscere negli altri dei re mendicanti.
La condivisione non è un dovere ma un’opportunità.
L’altro ci libera e ci restituisce la verità su di noi.

di Luca Lorusso
"Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi" (Mt 25, 34-36).

Il re mendicante
Il re ha fame e ha sete. Il re è straniero, è nudo, malato, carcerato. Il re ha bisogno. Di nutrirsi, di dissetarsi, di essere accolto (non integrato, ma accolto), di sentirsi protetto dalle intemperie, di qualcuno che curi le sue ferite, di incrociare degli occhi amici mentre sta nel chiuso della sua prigione.
Il re è Gesù. Dice a ciascuno di noi che tanti sono come lui: nel bisogno.
Chiede a ciascuno di condividere le proprie cose, la propria vita con gli altri. Gesù ci dice che gli altri sono Lui, che se aiutiamo, se condividiamo con gli altri, condividiamo con Lui: "In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me".
Il re è Gesù, e Gesù ci dice che anche ciascuno di noi è come Lui: nel bisogno.
E se Lui è affamato, ammalato, carcerato, e se Lui ci dice di essere come noi, è perché ci chiede innanzitutto di riconoscere che anche noi siamo affamati, carenti di vita, ingabbiati nei nostri pantani, assetati di qualcosa a cui aspiriamo, feriti nel cuore e nel corpo.
Gesù ci chiede semplicemente e prima di tutto di essere come Lui, dei re bisognosi: con la dignità di un re, con la fame di vita dell’ultimo mendicante. E di riconoscere negli altri, chiunque essi siano, dei re mendicanti, come noi, come Lui.
Ciascuno di noi quindi è un re mendicante, la nostra famiglia è un re mendicante, la nostra coppia lo è, così come lo è ogni persona che incontriamo, o che vive lontano in un paese in guerra, su una terra violentata dalla monocoltura delle banane del nostro fruttivendolo, ai bordi di un fiume prosciugato da una diga, in un villaggio decimato dall’Aids.
Quando sappiamo chi siamo, sappiamo anche che la condivisione, la solidarietà, la prossimità sono parte della nostra identità.
Quando sappiamo la verità su noi stessi, conosciamo anche chi sono gli altri, e facciamo come ha fatto Gesù: accogliamo, visitiamo, copriamo, sfamiamo, curiamo.

Il "dovere" di condividere
Si sente dire spesso che i cristiani hanno il dovere di condividere. È un’affermazione quasi condivisibile. "Quasi" perché la condivisione non è un dovere - magari da compiere per guadagnare il premio (la vita eterna) o, peggio, per evitare la punizione (la morte eterna) - ma è un’opportunità.
Il paradiso "preparato fin dalla creazione del mondo" non è il club esclusivo sulla soglia del quale il buttafuori Pietro impedisce l’entrata a chiunque non corrisponda al dovere della carità.
Non condividiamo per guadagnarci il paradiso, ma perché è nella nostra natura farlo.
Condividere significa essere maggiormente noi stessi, corrispondere in modo più pieno alla nostra identità. Ed essere pienamente noi stessi è il paradiso preparato fin dalla fondazione del mondo. Per noi. Per ciascuno.
La condivisione è l’opportunità per essere più felici. Una pienezza di gioia che è una prefigurazione, uno spot, un trailer, della pienezza che Dio ci ha già donato di vivere dopo la vita, quando la con-divisione imperfetta si trasfigurerà in com-unione perfetta.
Se alla condivisione togliamo il "con", rimane la sola "divisione": cioè il piccolo grande inferno che viviamo quando siamo divisi dagli altri e – quindi – divisi da noi stessi.
L’inferno non è la punizione per chi non rispetta l’obbligo della condivisione, è la meccanica conseguenza di una vita divisa e non condivisa. È la condizione da cui Gesù vuole tirare fuori ciascuno di noi. Anche a costo della sua vita.

Lo specchio dell’altro
Nella lettera di Giacomo, l’apostolo parla delle opere, senza le quali la fede è morta come un corpo senza lo spirito.
È abbastanza brutale Giacomo nel sostenere che siamo degli insensati se crediamo che la fede senza le opere vale qualcosa. L’apostolo "fratello" di Gesù è un forte sostenitore dell’impegno, della condivisione, della "giustizia sociale", e nel capitolo secondo della sua lettera non va per il sottile: "Non mescolate favoritismi personali alla vostra fede", non siate "giudici dai giudizi perversi" quando adulate il ricco e disprezzate, o fate i paternalisti con i poveri.
La condivisione ci aiuta a non dimenticare quello che la Parola ci ha svelato. L’altro ci dice chi siamo, a volte violentemente, dandoci una mano a liberarci dagli illusionismi di cui ci serviamo, e di cui allo stesso tempo siamo schiavi.
L’alternativa posta da Giacomo è tra la salvezza-libertà-felicità data dal realizzare la Parola (attraverso la condivisione, il legame con l’altro), e l’illusione, la menzogna su noi stessi.
L’altro con cui siamo solidali, con cui condividiamo è uno specchio che ci dice chi siamo, ci libera, ci restituisce la verità su di noi.

Mettere in pratica
Trovata la verità di noi stessi nell’incontro con Dio e con l’altro, liberati dall’oppressione del dovere per il quale la condivisione non può che nascere nella logica del premio-punizione, cioè fuori di noi, e non - come invece Dio desidera - dentro di noi, nella nostra aspirazione alla pienezza, allora accoglieremo i poveri, faremo volontariato, apriremo la nostra casa e la nostra quotidianità a chiunque voglia venire a trovarci, andremo noi stessi a trovare chi desidera accoglierci, che sia in un convento, in un carcere, in uno slum di Kinshasa. Cambieremo la nostra vita nella direzione della condivisione, della giustizia e della sobrietà.
È allora che gli strumenti – i Gruppi di Acquisto Solidale, il consumo responsabile, la partecipazione a gruppi di servizio, le serate di sensibilizzazione, il commercio equo e solidale, la finanza etica, il turismo responsabile, la cooperazione internazionale – saranno utili e noi riusciremo a vincere la tentazione sempre forte di trasformare i mezzi in fini.
Sarà allora che la condivisione sarà un incontro alla pari nella verità, e non un assistenza inflitta a chi noi crediamo essere più schiavo, più povero, più incarcerato, più assetato.
luca.loru@yahoo.it

Per il lavoro di coppia e di gruppo
• Quale taglio è possibile nel nostro bilancio familiare per aiutare, attraverso la parrocchia, i poveri della nostra zona?
• Quali sono le cose che abbiamo in casa e di cui siamo consapevoli che sono superflue?

15-UNA CHIESA DALLE PORTE SEMPRE APERTE
Riempire con il Vangelo le strade e la vita degli uomini

Tra le esperienze più negative degli ultimi decenni c'è quella di trovare chiuse le porte. La porta chiusa è un simbolo del nostro tempo.
È qualcosa di più di un semplice dato sociologico; è una realtà esistenziale che segna uno stile di vita, un modo di porsi dinanzi alla realtà, dinanzi agli altri, dinanzi al futuro.
Non si tratta solo della mia casa materiale, è anche il recinto della mia vita, del mio cuore.
La sicurezza di alcune porte blindate custodisce l'insicurezza di una vita che diventa più fragile e meno sensibile alle ricchezze della vita e dell'amore degli altri.
L'immagine di una porta aperta è sempre stata il simbolo di luce, amicizia, gioia, libertà, fiducia.
Quanto bisogno abbiamo di recuperare tutto ciò! Iniziamo l'Anno della fede e paradossalmente l'immagine che propone il Papa è quella della porta, una porta che occorre varcare per poter trovare quello che ci manca...
Varcare la soglia della fede ci porta a perdonare e a saper strappare un sorriso, significa avvicinarsi a chiunque viva alla periferia della vita e chiamarlo col proprio nome, significa badare alle fragilità dei più deboli e sostenere le loro ginocchia vacillanti con la certezza che quello che facciamo per il più piccolo dei nostri fratelli lo stiamo facendo per Gesù stesso (Mt 24, 40).
Jorge Mario Bergoglio, dalla lettera pastorale per l'apertura dell'Anno della fede

16-CONDIVIDERE
Non aver paura dei poveri e dei diversi

di padre Enrico Masseroni*
Nella pagina di Matteo sul giudizio universale (Mt 25,31-40) c'è una cosa che sorprende i salvati e sconcerta i reprobi.
Non sorprende che Gesù si presenti come il Re, come il Signore. Anche i dannati lo riconoscono come il Signore.
Lo sconcerto invece sta nel capire che questo Signore è presente nei panni sporchi degli ultimi; nei panni di una persona che ha fame; di una persona che fatica a parlare perché straniera; di una persona che porta un vestito puzzolente perché non si cambia da mesi; di una persona che ha ucciso, ha rubato e per questo è in carcere. Insomma è diffìcile mettere insieme Gesù, il Signore, e il disgraziato. Sembrano due figure antitetiche.

Eucaristia e poveri
E difficile mettere insieme Gesù, il Signore, che si incontra realmente nella celebrazione e nella partecipazione all'eucaristia, e il Gesù che vive nei panni dei fratelli, dei piccoli, dei reietti, dei disprezzati, degli indesiderabili nel proprio quartiere.
Stanno qui i due peccati contro l'amore, contro la carità.
Il primo è quello di voler partecipare tranquilli alla celebrazione eucaristica, incontrare il Signore in chiesa, ma poi chiudere il cuore ai poveri. Pretendere di accedere alla casa del Signore, ma insieme chiuderla ai poveri. Incontrare il Signore va bene; ma non il Signore sporco e malvestito. Questi, bisogna radiarlo, mandarlo via perché disturba, fa problema. Dire sì alla mensa del Signore; no alla mensa del "povero Cristo".

Tipologie di poveri
Ma c'è un secondo peccato, ancora più grave, ed è quello che distingue i poveri in due categorie. Ci sono poveri, deboli che stanno nella nostra stessa casa, nella nostra stessa famiglia: sono gli anziani, gli handicappati.
Naturalmente questi sono i primi poveri a cui dobbiamo pensare. E sappiamo che pesano, disturbano. Ma non si possono mandare altrove. E allora si apprezza la chiesa perché viene loro incontro, si dà da fare. Infatti la motivazione prevalente che fa dirottare il cosiddetto "otto per mille" verso la chiesa è la sua presenza su questi fronti sociali. In fondo va bene che la chiesa ci liberi dai fardelli di una croce che non si può altrimenti deporre.
E ci sono poi altri poveri, che disturbano e pesano; ma si possono tenere a distanza o mandare via.
E allora questi si "scaricano", e si vorrebbe che la stessa comunità cristiana li mettesse al bando, li rifiutasse. Stiamo attenti che questa distinzione fra poveri, motivata dal fatto che dobbiamo prima pensare alle persone più vicine, non riveli un grave egoismo, tenuto ipocritamente nascosto.

Non aver paura dei poveri
Che significa "condividere"? "Ascoltate, fratelli miei carissimi, scrive san Giacomo, Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano?" (Gc 2,5).
Anzitutto è dunque necessario non aver paura dei poveri.
Oggi va affermandosi la cultura del rifiuto. Il rifiuto di chi non la pensa come noi, di chi è diverso da noi.
C'è la tendenza a circondarci di persone che hanno le nostre idee: e in questo cerchio c'è amore; stima. Chi invece ci contesta, ci disturba, sovente viene disprezzato o radiato. Il nostro mondo personale è dunque disegnato e costruito non dall'amore solidale, ma dalla simpatia, un valore che appartiene anche ai pagani, ai non credenti. Il cristiano invece deve includere nel suo orizzonte anche i nemici, gli stranieri, i diversi.

Il ruolo dei genitori
Soprattutto i genitori devono sapere di chi aver paura. Non dei poveri, ma di un cuore gretto, chiuso, arido, meschino. Purtroppo quando il cuore dei figli è malato di grettezza, presto o tardi arriverà anche il turno dei genitori. Perché anche i genitori diventano "diversi" rispetto alla mentalità dei figli; e come soluzione finale c'è la casa di riposo.
La storia dei santi ci dice che la profezia della carità sboccia proprio in seno alla famiglia, dal cuore di una mamma, di un papà. Il dono dell'amore solidale di un papà e di una mamma fa miracoli nel cuore di un figlio.
* arcivescovo di Vercelli
Tratto dal libro dell’autore: Le frontiere della profezia, Paoline Editore, Milano 1994.

17-LA CARITÀ CRISTIANA

Un accenno alla figura dell'imperatore Giuliano l'Apostata († 363) può mostrare ancora una volta quanto essenziale fosse per la Chiesa dei primi secoli la carità organizzata e praticata.
Bambino di sei anni, Giuliano aveva assistito all'assassinio di suo padre, di suo fratello e di altri familiari da parte delle guardie del palazzo imperiale; egli addebitò questa brutalità - a torto o a ragione - all'imperatore Costanzo, che si spacciava per un grande cristiano.
Con ciò la fede cristiana risultò per lui screditata una volta per tutte.
Divenuto imperatore, decise di restaurare il paganesimo, l'antica religione romana, ma al contempo di riformarlo, in modo che potesse diventare realmente la forza trainante dell'impero.
In questa prospettiva si ispirò ampiamente al cristianesimo. Instaurò una gerarchia di metropoliti e sacerdoti. I sacerdoti dovevano curare l'amore per Dio e per il prossimo. In una delle sue lettere aveva scritto che l'unico aspetto del cristianesimo che lo colpiva era l'attività caritativa della Chiesa.
Fu quindi un punto determinante, per il suo nuovo paganesimo, affiancare al sistema di carità della Chiesa un'attività equivalente della sua religione. I "Galilei" - così egli diceva - avevano conquistato in questo modo la loro popolarità. Li si doveva emulare ed anche superare.
L'imperatore in questo modo confermava dunque che la carità era una caratteristica decisiva della comunità cristiana, della Chiesa.
Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 24

18-TESTIMONIANZE SULLA CONDIVISIONE
La carità deve essere una caratteristica del cristiano

Dividere qualcosa con gli altri
Condividere vuol dire dividere qualcosa insieme agli altri, agli amici, ai vicini di casa, ai poveri.
Vorremmo far capire ai nostri figli che questo dividere non ci toglie qualcosa, ma ci rende ricchi, soprattutto in termini di relazioni: condividiamo i nostri beni, ma anche ciò che siamo.
È una sorta di circolo virtuoso, in cui da alcuni riceviamo e ad altri doniamo, perché ci vogliamo bene, non solo come parenti o amici, ma soprattutto in quanto tutti figli di quell'unico Padre che è misericordia verso tutti e in quanto fratelli di quel Figlio che ci dice che ciò che facciamo al più piccolo dei nostri fratelli è come se lo facessimo a lui.
In quest'ottica, ciò che doniamo ai poveri lontani, il bicchiere d'acqua per un amico, la porta aperta per quattro chiacchiere con i vicini di casa o un sorriso a chi incontriamo sono strade che aprono alla condivisione. Questa non può essere solo materiale perché, se non coinvolge anche il nostro cuore, perde tutto il suo valore.
Francesca Brusorio

Parlarsi in famiglia
In famiglia, tra genitori e figli, sarebbe bello fermarsi ogni tanto e renderci reciprocamente partecipi delle nostre gioie e dolori.
Molto spesso pensiamo che la condivisione sia legata ad avvenimenti importanti o eccezionali e non ci rendiamo conto che, in realtà, la condivisione può essere fatta di semplici cose, apparentemente insignificanti.
Può essere un bel voto a scuola, una promozione sul lavoro, un complimento inaspettato o come anche le classiche "giornate no" in cui ci sentiamo tristi e malinconici.
Se condivisi con chi ci vuole bene, questi "momenti no", possono essere riportati al loro giusto valore, diminuendo la nostra percezione negativa. Anzi sono proprio questi i momenti che aiutano a rafforzare il rapporto, anche se il genitore deve tenere sempre presente il suo ruolo evitando un rapporto troppo paritario.
Infatti, un genitore che, invece di fare il genitore, fa l’amico rischia di rendere superficiale il rapporto.
Maria Teresa (tratto da GF52)

L'ho imparata da mia mamma
Condividere è il verbo che forse mi coinvolge di più come scelta di vita, perché è un’esperienza che ha caratterizzato la mia vita.
La condivisione l’ho imparata da mia mamma, che si occupava anche di altri bimbi, poi è continuato a casa mia quando mi sono sposata e anche i nostri figli hanno incominciato a vedere altri bambini in casa, altre persone di cui ci siamo occupati... era naturale.
Quando abbiamo dovuto "stringere la cinghia" per acquistare la casa, loro avevano cinque e sei anni, ma noi li abbiamo coinvolti, spiegando le difficoltà e condividendo i problemi. Nessuno ha mai fatto un capriccio per acquistare cose costose, inutili, di marca.
A fine mese, se avanzava qualcosa davamo loro una paghetta e loro discutevano su come usarla.
Crediamo che l’esperienza sia stata positiva, e questo ha fatto crescere anche loro con responsabilità, che ora trasmettono nelle loro famiglie.
Franca e Mariano

Una lettera da condividere
Vi scriviamo per condividere un evento per noi molto importante.
Stiamo aspettando il nostro terzo figlio e la gravidanza è al quarto mese.
Quindici giorni fa, inaspettatamente, il Signore ci ha visitato con la Croce: l’ecografia morfologica ha paventato problemi seri per il bimbo e, una settimana dopo, un Centro specialistico ha confermato il sospetto di una grave malattia, con il consiglio di abortire.
Noi, invece, vogliamo credere che attraverso questo bimbo passerà una benedizione del Signore e che, quando capitano queste cose, e quando capitano proprio a noi, significa che c’è un progetto di Dio, anche se facciamo fatica a capirlo.
Per questo abbiamo bisogno di preghiera.
Vi chiediamo perciò di pregare insieme con noi per la guarigione del nostro piccolo, consapevoli che "nulla è impossibile a Dio". Se poi, la Sua Volontà dovesse essere diversa, pregate affinché possiamo accoglierla e viverla con amore.
L. e L.

19-PREGARE: L’INCONTRO CON L’ALTRO
Nella preghiera il "noi" della coppia e della famiglia incontra la sua fonte di senso e di significato
Prega colui che è umile, colui che si sa bisognoso di affidarsi a Qualcuno.
Nella preghiera l’uomo si pone sotto lo sguardo di Dio.
Il vero nemico della preghiera è il peccato, la presunzione di bastare a noi stessi.

di Paolo Brugnera
Ci sono tante azioni nella vita che una persona compie da sola, per sé: mangiare, bere, dormire, lavorare.
Ce ne sono altre che non possono non coinvolgere gli altri. In particolare tutte quelle che riguardano la comunicazione: cum munus, legame con. Una di queste è certamente la preghiera. Essa è dia-logo, discorso tra (due); è co-municazione.

La preghiera è coinvolgimento di Dio (Gv 2,2)
Non si dà preghiera senza la presenza di due individui, due soggetti distinti e distinguibili. Uno si rivolge all’altro, chiunque esso sia, riconoscendogli la presenza; una presenza, anche se non percepita con i sensi, ma colta dall’intuizione, da quella capacità che l’uomo ha ed è legata alla sua razionalità, alla sua funzione intellettiva di leggere dentro.
Tuttavia non basta la relazione tra due individui perché esista la preghiera. È necessario che uno dei due, quello che chiede, si riconosca inferiore, riconosca la sua precarietà (prex, cis). Caratteristica della persona orante è pertanto l’umiltà, il sentirsi fatto di humus, di terra e di conseguenza bisognoso di mettersi nelle mani di qualcuno, Qualcuno.
Mai, se penso di bastare a me stesso, di vivere con i miei mezzi, di non avere bisogno di alcuno, mi metterò in atteggiamento di richiesta.
Solo l’essere umano che si riconosce precario, innalza ad un altro, che riconosce superiore, la sua preghiera.
Con la preghiera Dio è chiamato a fianco, dentro la vita delle persone, siano essi individui o comunità.
La preghiera non è solo per i momenti tristi: è un rapporto quotidiano, continuativo; è riconoscere che ho bisogno di qualcosa che renda ancora più felice la mia vita.
Dio non è come una scialuppa di salvataggio, che si cala quando la nave va a fondo. Nella persona orante tutta la vita è l’orizzonte in cui Dio dona senso e significato all’esistenza.
Per questo la preghiera è gioia dell'incontro, serenità di una Presenza, discreta, ma reale.
Non è solo fatica e impegno: se Dio c’è, la preghiera è dialogo, è comunicazione non solo individuale, ma anche di coppia, di famiglia, di comunità.
Il "noi" della coppia, della famiglia incontra la sua fonte di senso e di significato. E se chiamato in causa Dio non si sottrae al coinvolgimento.
Ricrea con l’uomo, con la coppia, con la famiglia, anche quella umana, ciò che di più intimo ha in sé: la comunione delle Persone.

La preghiera è esercizio di carità solidale
La vita agli occhi dell’umile credente, precario, si rivela presenza continua di Dio. La preghiera non è altro che il modo con cui l’uomo, partendo da ciò che vive, si pone continuamente sotto lo sguardo di Dio.
Ogni azione, se compiuta nella volontà di Dio, ricercando cioè ciò che esprime l’Amore, ciò che fa crescere l’Amore, ciò che genera Amore, è un passo verso la santità perché rende ogni attimo della vita tempo santo dove Dio si manifesta.
E tale manifestazione non può che contagiare ciò che la circonda facendo diventare ogni contesto vitale favorevole all’esercizio di carità solidale, che si riversa concretamente su ogni precario fratello terreno.
Stare sotto lo sguardo di Dio richiede e promuove una stretta unione con Lui e comporta un sempre più concreto reciproco avvicinamento tra gli uomini. Questa è la preghiera.
Ecco allora che ogni uomo non si rivolge al Padre solo per sé, ma per le necessità del mondo: nella coppia ciascuno prega per l’altro; nella famiglia ognuno intercede per il resto dei suoi componenti; nella comunità tutti innalzano preghiere per gli altri, non solo per quelli in difficoltà: chiamandoli per nome.

Pregare è avere le mani sul volante della vita (Gv 2,5)
La preghiera, quando è autentica (Mt 17,2), cambia la vita; se non la cambia non è vera relazione con Dio.
Sovente la nostra preghiera è così: se preghiamo per noi ce la prendiamo perché Dio non ci esaudisce, se preghiamo per gli altri ci sentiamo tranquilli solo perché abbiamo pregato.
Senza di essa rischiamo, come un’auto senza conducente, di cadere nell'idolatria delle cose o nella schiavitù del lavoro, nell’adorazione delle persone.
Chi prega ha la barra del timone puntata verso Dio, verso l'eterno. Ha le mani sul volante della vita e dirige i propri passi sulla via della pace, per sé e per gli altri.
Attraverso di essa comprendiamo quello che siamo e quello che siamo chiamati a diventare: figli eletti, amati da Dio, dall’eternità.
Come possiamo non insegnare a pregare ai nostri figli, aiutandoli a sintonizzarsi su questa che è la cosa che ha più valore nella vita?

Un cammino per la vita quotidiana
Come pregare da cristiani? Innanzi tutto partendo dalla Parola. Diventando abitatori di essa, non fugaci passanti o sfruttatori opportunisti.
Essa è il modo con cui ridiscende, verso di noi, la preghiera: Dio ce la dona perché possa da sola illuminare la nostra vita della luce portata da Cristo Gesù. Stando nella Parola possiamo creare in noi la mentalità che discerne la volontà di Dio e la trasforma; e rende le nostre vite una preghiera, una liturgia vivente, santa e gradita a Dio (Rm 12,2).
Per questo la preghiera richiede la purificazione del cuore, la conversione, il tornare a Dio, riconoscendolo come colui che solo appaga la precaria nostra vita.
Noi pensiamo che il nemico numero uno della preghiera sia la distrazione. No. Il suo nemico è invece il peccato, la presunzione di bastare a noi stessi, di non essere costituzionalmente dei poveri bisognosi. Il peccato non ci permette di sentire più il desiderio di Dio, il desiderio di rivolgerci a lui. Ammettere il nostro peccato è già pregare (Lc 18,13).
Poiché la prima cosa che facciamo quando ci sentiamo poca cosa è quella di ringraziare per tutto quello che comunque abbiamo, la preghiera tipicamente cristiana è l'eucaristia, il rendere grazie.
Lì prendiamo coscienza della nostra condizione di peccatori; facciamo memoria dei doni che abbiamo ricevuto, come individui, come coppia, come famiglia; questo ci porta a riconoscerci parte di una comunità credente, di un’umanità anelante che ci consegna una missione oltre la porta della chiesa.
Oggi, più che mai ci è chiesto di fare continuamente memoria di quello che siamo (poveri di Jahvè) e di vivere ogni attimo sotto lo sguardo fedele di Dio. Allora il lavoro, lo studio, gli affetti, l'amicizia, la difesa del povero, la giustizia non saranno solo azioni che facciamo, ma manifestazioni della volontà di beatitudine che Dio ha per ciascuno di noi e che noi intendiamo condividere. Essere fedeli a questa relazione continua con Dio è la scommessa che oggi vogliamo vivere come cristiani.
La fedeltà quotidiana di riconoscere Dio, Signore e datore di vita, è alla base della fedeltà all'amore, alla propria vocazione, alla fatica educativa, all'impegno di esser portatori di speranza.
brugnerapaolo@teletu.it

Per il lavoro di coppia e di gruppo
• Siamo fedeli all’Eucaristia domenicale?
• Motiviamo ai nostri figli il perché della nostra partecipazione?
• Preghiamo per le altre famiglie, soprattutto per quelle in difficoltà?
• Preghiamo insieme prima dei pasti, la sera?

20-LA VERA E LA FALSA PREGHIERA

• La preghiera vera presenta alcune caratteristiche:
1. La preghiera vera è un rapporto, tra l'uomo e Dio, basato sulla sincerità.
Dobbiamo presentarci a Dio così come siamo, senza maschere sul volto, nella nudezza totale dello spirito.
Noi non possiamo ingannare Dio, ma possiamo ingannare noi stessi, possiamo chiudere il cuore alla parola contestatrice di Dio, possiamo bloccare l'azione trasformatrice di Dio.
2. La preghiera vera è un rapporto, tra l'uomo e Dio, basato sull'intimità.
O c'è il rapporto intimo, il rapporto a due, il rapporto cuore a cuore, il rapporto io - tu..., oppure non c'è preghiera.
3. La preghiera è un rapporto, tra l'uomo e Dio, che trasforma la vita.
Non si può pregare e rimanere uguali. Chi prega e rimane sempre lo stesso, in realtà non prega ma "dice delle preghiere".
Ciò che si dice nella preghiera deve essere tradotto in vita, perché lo scopo della preghiera non è la consolazione, ma la conversione.
La preghiera vera mi spinge a:
- accogliere totalmente, gioiosamente, la volontà di Dio, sempre;
- amare il prossimo come Gesù ci ha amati;
- costruire me stesso come uomo e cristiano.
• La preghiera falsa invece:
- è un rapporto mascherato;
- è un rapporto superficiale;
- è un rapporto che non trasforma la vita.
Nicola De Martini, La preghiera, rivoluzione dell'uomo e del mondo, Elledici, Leumann (TO) 1994 (non più reperibile)

21-PREGARE IN FAMIGLIA
Il sacerdozio coniugale e familiare trova la sua espressione più forte proprio nella preghiera di intercessione
Nella vita delle nostre case le lacrime sono pane quotidiano. Ma anche le lacrime sono preghiera.

di Gianfranco Fregni
Dice Gesù: "quando devi pregare, entra in camera tua, chiudi la porta e prega nel segreto, perché il Padre, che vede nel segreto, ti ricompenserà" (Mt 6,6).
Contro ogni esibizionismo, contro ogni pubblicità, contro ogni evidenza di chi accusa l'altro che non prega, facendosi vedere in preghiera, Gesù riconosce il pudore dell'intimità di questo dialogo con il Padre.

Il segreto dell’orazione
Per molte delle nostre case, in certi momenti è una "buona novella" questo richiamo al segreto dell'orazione, quando non posso esibire la preghiera di fronte al coniuge, non possiamo esibire la nostra preghiera di genitori di fronte al figlio adolescente che in quel momento, forse, è in difficoltà di fede.
Pregare nelle case non vuol dire esibirsi nella formalità delle preghiere. Comporta sempre un pudore che è anche certezza che, nel segreto della casa, Dio mi ascolta.
Il Signore vede e ci coglie in preghiera nella nostra camera o forse soltanto nel segreto del cuore.
Non posso avere la gioia gratificante di pregare insieme a mio marito, non posso avere la gioia gratificante di poter dire: "prego con mia moglie, prego con tutti i miei figli".
È mortificante per alcuni il sapere che all'incontro con altre famiglie non può testimoniare la propria esperienza: "Loro possono pregare tutti insieme, in casa nostra ciò non lo posso chiedere".

Il sacerdozio battesimale
Anche in questo caso la Parola di Dio ha per la bocca di Paolo una "buona notizia" di speranza: "il coniuge non credente è santificato nell'altro" (1Cor 7, 14). Anche le parole di Pietro lo confermano: "Se alcuni mariti non obbediscono alla Parola siano guadagnati senza parole dalla condotta delle mogli" (1Pt 3,2).
Forse non potremo neppure ritirarci nella nostra stanza, perché non disponiamo di una stanza tutta per noi; forse ci ritireremo sotto le coperte per pregare in silenzio, quando già la luce è spenta.
L'importante è che nella casa ci sia la presenza di qualcuno che è in preghiera ed eserciti così il sacerdozio battesimale che intercede la misericordia per tutti gli altri.

La preghiera per i figli
Ci aiuta il sapere che anche un uomo giusto come Giobbe aveva dei figli che non seguivano la via diritta del padre: "Ora i suoi figli solevano andare a fare banchetti in casa di uno di loro, ciascuno nel suo giorno, e mandavano a invitare anche le loro tre sorelle per mangiare per bere insieme... Giobbe si alzava di buon mattino e offriva olocausti secondo il numero di tutti loro. Giobbe infatti pensava: "Forse i miei figli hanno peccato e hanno offeso Dio nel loro cuore" Così faceva Giobbe ogni volta" (Gb 1, 4-5).
Si vede che non è solo dell'epoca moderna il desiderio dei figli di stare fuori casa la sera, di andare a ballare in casa degli amici e di portarci anche le sorelle.
Giobbe come papà è più preoccupato di santificarli nella preghiera che, forse, di scontrarsi inutilmente o di auto-esautorarsi come autorità paterna in una proibizione che non sarebbe mantenuta o spingerebbe forse alla ribellione.
Il sacerdozio coniugale e familiare trova la sua espressione più forte in questa intercessione di salvezza. Affermava san Giovanni Crisostomo: "Non siete forse responsabili della salvezza dei vostri figli? Non dovrete forse un giorno renderne conto?".
Tratto da: Le nostre case, dove si vive la preghiera, Centro G.P. Dore, Bologna 1981, pro manuscripto

22-PREGARE È UTILE?

Se Dio sa tutto non è forse inutile invocarlo e fargli delle richieste?
Sono obiezioni antiche e tuttavia ritornano ancora oggi, aggravate dal peso di un rapporto tra preghiera e vita, che non si è saputo risolvere a livello spirituale. Senza confondere utilità con utilitarismo e inutilità con gratuità, si può affermare che l'autentica preghiera cristiana abbia una sua utilità, produca cioè dei frutti non solo spirituali, ma anche umani.
La preghiera non è la formula magica per colmare i nostri limiti o sfuggirli ma, al contrario, si fonda sulla nostra debolezza ed è possibile solo a partire dal riconoscimento della nostra condizione radicale di povertà creaturale.
Colui che incomincia a pregare supplicando e chiedendo innanzitutto il dono dello Spirito santo, lo fa dando voce alla propria non-autosufficienza, confessando che da se stesso egli non può salvarsi, riconoscendo di essere dipendente da una Presenza che lo precede e da cui si dispone a ricevere tutto.
Questo riconoscimento elementare della propria limitatezza è il primo gradino da varcare per avere accesso alla propria intima verità, è un atto salvifico già umanamente, e da solo basterebbe a testimoniare l'utilità della preghiera.
Enzo Bianchi, Perché pregare, come pregare, San Paolo, Milano 2009

23-TESTIMONIANZE SULLA PREGHIERA
Dalla preghiera di coppia a quella con i nipotini

Pregare insieme il Signore
Per la nostra famiglia la Messa delle nove la domenica mattina all’oratorio era di rito, solo la malattia avrebbe potuto tenerci a casa.
Tutti andavamo con gioia, felici di cantare le canzoni anche tornando a casa.
Al mattino, prima di andare a scuola si diceva una preghiera e, se si era in ritardo, andava bene recitarla anche sulle scale.
La sera prima di addormentarsi leggevamo una storia e alla fine, recitavamo una preghiera prima del sonno...
Poi sono cresciuti e noi genitori abbiamo dovuto affidarli all’Angelo di Dio e alla Madonna perché non si può essere loro vicino sempre.
Ora preghiamo con i nipoti il mattino quando li portiamo a scuola (di solito arriviamo cantando la canzone scelta da loro).
Di giorno ognuno sceglie il proprio modo di pregare, mentre noi nonni ci ritroviamo a fine giornata, a letto, a cercare le nostre mani e insieme a pregare il Signore per tutti, i piccoli, i grandi, i genitori, tutti coloro che si raccomandano alle nostre preghiere, ed infine per noi, perché ci dia la forza di fare il nostro dovere senza lamentarci finché ce la faremo.
Franca e Mariano

Preghiera come affidamento
Preghiamo in coppia perché la nostra salvezza si può realizzare solo come coppia, solo con nostro marito, con nostra moglie. Se siamo davvero un cuore solo e un’anima sola è così che dobbiamo pregare.
Cosa vuol dire pregare assieme?
Ci sono tanti modi ma noi la viviamo come un affidamento a Qualcuno di più grande di noi, che ci Ama da sempre e vuole solo il nostro bene.
Quindi prima facciamo tutto il possibile per volerci bene, per crescere bene, educare i figli onestamente e cristianamente, ma molte volte, nonostante il nostro impegno, le cose non vanno come vorremmo.
Allora, ecco l’affidamento a Lui: "Noi abbiamo fatto tutto il possibile, ora pensaci Tu, siamo tuoi figli e ci rimettiamo nelle Tue mani". È riconoscere Dio come Padre.
Con questa preghiera ci sembra che il Signore entri a pieno titolo nella nostra vita di tutti i giorni e le dia un senso pieno, ci faccia sentire la certezza di essere nelle Sue mani e di essere Suoi strumenti. È una preghiera che dà pace e all’improvviso anche le montagne diventano sassolini, perché ci accorgiamo di essere amati, non solo dal Signore, ma anche da colui/colei che condivide la nostra vita.
Loretta e Graziano

Gli effetti della preghiera
Nei nostri dieci anni di matrimonio abbiamo scoperto che la preghiera produce molti effetti straordinari, primo fra tutti ravviva quotidianamente in noi il desiderio di continuare a crescere insieme, rafforza la scelta di amore che abbiamo fatto e soprattutto la giornata prende sfumature diverse.
Quando sta già per scappare una parola di troppo o il tono è alterato e la pazienza inizia a vacillare, a volte basta richiamare alla mente una parola di un Salmo o un versetto del Vangelo, perché il cuore continui ad essere illuminato dalla presenza del Signore.
Una grande differenza è anche nel modo in cui affrontiamo i tanti impegni di ogni giorno: le stesse corse, gli stessi lavori fatti come "dura necessità" o fatti per amore, offrendo a Dio la nostra fatica, ci fanno sentire persone diverse.
Un momento di grande gioia è anche la preghiera con i bambini, sia per il loro entusiasmo davanti a questo piccolo rito preparato con cura, sia per la possibilità in modo semplice di rileggere la giornata alla luce dell'insegnamento di Gesù; questo ci permette anche di condividere qualcosa in più di ciò che abbiamo vissuto nei momenti in cui ciascuno era al proprio "lavoro".
Sicuramente negli anni cambiano i modi e i tempi della preghiera; per noi sensibilità, creatività, attenzione ai bisogni del momento sono ingredienti essenziali, perché la nostra preghiera non sia uno sterile obbligo, ma porti frutto nelle relazioni familiari e non.
Francesca

Lo Spirito Santo
Al mattino preghiamo insieme con la preghiera allo "Spirito Santo" e poi ripetiamo quello che ci diceva il nostro padre spirituale: qualunque cosa succeda è ispirata dallo Spirito.
Irene

Preghiera e fede
Alla perplessa domanda sul motivo per cui la fede svanisce in un numero crescente di cristiani, si può dare una risposta molto semplice: la fede svanisce quando non viene più praticata... E tale prassi è la preghiera, in tutta la pienezza del significato che questo concetto comporta nella Scrittura e nella tradizione.
Gabriel Bunge, citato da Enzo Bianchi

Uomini e donne nella Bibbia
24-I VERBI DELLA VITA FAMILIARE
Quattro esempi su come la Bibbia incarna questi temi

di Vincenzo Salemi IMC
Per questa breve riflessione ho cercato nella Bibbia delle icone, cioè dei personaggi biblici che li illustrino con la loro vita, con il loro modo di essere e fare.

Amare
Matteo ci dice che Giuseppe era un uomo giusto (Mt 1,19).
Se guardiamo a come sono andate le cose, sappiamo benissimo che Giuseppe, trovatosi di fronte ad un fatto inspiegabile come la gravidanza della sua fidanzata, avrebbe dovuto secondo la legge presentare il caso agli anziani. Ma lui amava Maria, non voleva esporla al pubblico ludibrio, e scelse una via che di fatto non era secondo la legge.
Il termine "giusto" per l’Antico Testamento non significa tanto essere ligi alla legge, ma fare la cosa giusta, in sintonia con Dio.
Se ami qualcuno non vuoi fargli del male e la cosa giusta è scegliere il suo bene anziché il tuo.
Già qui Giuseppe per me è un icona dell’amore disinteressato. Non ha pensato a se stesso, alle conseguenze della sua decisione, ha scelto di essere delicato verso la persona che amava di più.
L’angelo gli confermerà in sogno quello lui non poteva sapere e accoglie questa vita con Maria, così diversa da come forse l’aveva pensata, con quel senso di "giustizia" biblica, in sintonia con Dio.

Educare
Tra i tanti "educatori", ho trovato in Tobi, il padre di Tobia, un icona degna di riflessione.
Quelle che vengono definite le Istruzioni Paterne di Tobi al figlio Tobia (Tobia Cap. 4) sono un vero manuale dell’educatore: Tobi dà al figlio raccomandazioni che riguardano le relazioni con il prossimo e con Dio.
Il primo pensiero è verso la madre di Tobia (Tb 4,3) - anche se con sua moglie Tobi aveva avuto più di un motivo di dissenso -, il secondo si riferisce alla formazione della coscienza del figlio (Tb 4,5). Quanto è importante anche per i genitori di oggi testimoniare con la propria vita - retta - e ragionare con i figli su ciò che è bene e ciò che è male.
Il terzo pensiero è per i poveri (Tb 4,7).
Il quarto pensiero si riferisce ad una corretta interpretazione della vita affettiva e sessuale (Tb 4,12). È sempre compito dei genitori dare indicazioni ai figli in questa materia, pur se coadiuvati da altre forze educatrici.
Il quinto pensiero di Tobi riguarda la giustizia che è alla base di una vita buona per tutti (Tb 4,14). La conclusione è la regola d’oro: "Non fare a nessuno ciò che non piace a te" (Tb 4,15).
Gesù ci riproporrà questa regola in forma positiva: "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti" (Mt 7,12).
La regola d’oro è scritta in caratteri capitali nel palazzo delle Nazioni Unite a New York, per tutti i popoli e tutte le religioni.

Condividere
Per il verbo "condividere" ho scelto come icona il ragazzo che ha offerto cinque pani e due pesci (Gv 6,9) nell’episodio della moltiplicazione dei pani.
Andrea scopre che tra la folla un ragazzo che ha cinque pani e due pesci, ma che cos’è questo per tanta gente? Gesù non calcola se è molto o poco, vuole qualcuno che offra quello che ha, il resto viene da sé.
Tante volte sono stato tentato di pensare che quando questo ragazzo ha tirato fuori i cinque pani e due pesci, gli altri che pure si erano portati qualcosa, hanno pensato bene di tirar fuori dalle loro bisacce quello che avevano, che messo assieme si è rivelato tantissimo, in grado di saziare abbondantemente tutti.
La mia esperienza in Africa è sempre stata questa: sono povera gente, che ha poco, ma quando si entusiasma mette assieme quel poco che ha (in Kenya c’è una parola per esprimere questo concetto: "harambee") e riesce a fare tantissimo.
Condividere non è beneficenza, condividere è mettersi alla pari con gli altri e ognuno dà quello che può.

Pregare
Per il verbo "pregare" ho scelto come icona una delle tante "Marie" del Nuovo Testamento: una madre di famiglia che con la preghiera ha formato tanti, ma soprattutto suo figlio Giovanni Marco, compagno di Paolo e Luca nel primo viaggio Apostolico e autore del più antico dei Vangeli.
La preghiera non s’impara in teoria, la s’impara con la pratica.
"Maria, madre di Giovanni detto Marco" (Atti 12:12) era tra i primissimi discepoli di Gesù. Pietro la conosceva, conosceva la famiglia, Marco allora era poco più che un ragazzo.
Quando Pietro si trova miracolosamente liberato dalla prigione, dove Erode lo aveva fatto rinchiudere, sembra stordito. Ma "dopo aver riflettuto" (Atti 12, 12) gli viene in mente la casa di Maria, accogliente. Molti si erano riuniti in preghiera lì.
L’episodio è curioso e ci fa sorridere, perché chi risponde alla porta per la gioia non apre e Pietro continua a bussare. Quando finalmente lo vedono sono tutti stupiti. Pietro fa cenno di tacere e racconta.
La preghiera s’impara a casa, nella famiglia, e il racconto dell’apostolo, la Parola che leggiamo nei santi Libri, è parte integrale di questa preghiera.

25-PER APPROFONDIRE IL TEMA
Alcuni libri usati per realizzare questo numero

Enrico Masseroni, Le frontiere della profezia, Vita spirituale e famiglia: crocevia di speranza, Paoline editore, Milano 1994.
L’impegno di padre Masseroni nei suoi sette anni di servizio nella diocesi di Mondovì (CN) si può ben riassumere in questo volume (purtroppo fuori commercio) che raccoglie due serie di esercizi spirituali da lui tenuti per e con le famiglie.
Abbiamo più volte attinto a questo libro per ricavare tracce per i nostri campi estivi.
Anche per l’attuale numero ci appoggiamo a questa fonte, cercando di trasmetterne la ricchezza che scaturisce dal forte legame presente tra Parola e vita.
Rileggendolo ci siamo accorti come le "fatiche" della famiglia, molto forti già vent’anni fa, si sono ancora più accentuate, con l’aggravante di una certa rassegnazione sul tema.
Serve speranza, e questa ci può venire solo da Lui, Gesù, nostro maestro e fratello.

Erich Fromm, L’arte di amare, Mondadori, Milano 1963 (prima edizione).
Anche se l’edizione italiana ha 50 anni, questo libro è un classico "long-seller": periodicamente la Mondadori lo ristampa.
Non è un manuale, è un saggio di un famoso studioso di psicologia e psicanalisi.
Vale la pena leggerlo, con calma e attenzione.
Questo è l’incipit con cui si apre il libro: "È l'amore un'arte? Allora richiede sforzo e saggezza. Oppure l'amore è una piacevole sensazione, qualcosa in cui imbattersi è questione di fortuna? Questo libro contempla la prima ipotesi, mentre è fuor di dubbio che oggi si crede alla seconda.
La gente non pensa che l'amore non conti. Anzi, ne ha bisogno; corre a vedere serie interminabili di film d'amore, felice o infelice, ascolta canzoni d'amore; eppure nessuno crede che ci sia qualcosa da imparare, in materia d'amore".

Pino Pellegrino, I primi sei anni da mamma e papà, Astegiano Editore, Marene (CN) 2013.
Ancora una volta don Pino colpisce nel segno!
Il suo è un agile libro, che a tratti assume le caratteristiche di un quaderno, coloratissimo e vivacissimo.
È un testo che si può leggere "tutto di un fiato" o "assunto in pillole": quello che conta è far propri gli insegnamenti che bonariamente, ma con profonda sapienza, vengono proposti.
L’età più gradevole dei figli (per i genitori) è quella dei primi anni di vita. Ebbene, don Pino ci fa presente che, anche se tutto sembra facile, nei primi anni si gettano le fondamenta per l’uomo futuro: mica poco!
Ci premettiamo si segnalare anche un secondo libretto, sempre dedicato ai figli piccoli:
L. Guglielmoni, F. Negri: Date fiducia all’amore, Piccolo manuale per genitori consapevoli, Elledici, Leumann (TO) 2004.

Benedetto XVI, Deus caritas est, Libreria Editrice Vaticana, Roma 2005.
Scrive il Santo Padre "Nella mia prima Enciclica desidero parlare dell'amore, del quale Dio ci ricolma e che da noi deve essere comunicato agli altri. Ecco così indicate le due grandi parti di questa Lettera, tra loro profondamente connesse. La prima avrà un'indole più speculativa, visto che in essa vorrei precisare alcuni dati essenziali sull'amore che Dio, in modo misterioso e gratuito, offre all'uomo, insieme all'intrinseco legame di quell'Amore con la realtà dell'amore umano.
La seconda parte avrà un carattere più concreto, poiché tratterà dell'esercizio ecclesiale del comandamento dell'amore per il prossimo...
È mio desiderio insistere su alcuni elementi fondamentali, così da suscitare nel mondo un rinnovato dinamismo di impegno nella risposta umana all'amore divino".

Enzo Bianchi, Perché pregare, come pregare, San Paolo, Milano 2009
Si tratta di un bel testo del priore di Bose dedicato alla preghiera.
È un libro di poco più di cento pagine, scritto a caratteri larghi, poco più che un libretto, insomma. Ma non da sottovalutare!
I contenuti sono ricchi, con molte citazioni evangeliche e con molte testimonianze di chi ha scelto di vivere di preghiera.
È un testo da non prendere alla leggera, ma da riflettere pagina dopo pagina.
Scrive Bianchi: "Il credente non è uno che si accontenta di compiere ogni giorno la sua preghiera come se si trattasse di un dovere, ma è una persona vinta dall’amore di Dio.
È da questa esperienza che sgorga in lui la convinzione della propria filialità, che lo porta a rivolgersi a Dio quale "Abbà, padre", sapendosi da lui amato".

26-DIOCESI DI MONDOVÌ: 1990-1996
Come vent’anni fa nacquero nel cuneese i Gruppi Famiglia

di Céline e Paolo Albert
Quegli anni furono una stagione eccezionale: tutta la diocesi di Mondovì fu proiettata sulla famiglia, con il vescovo ed il vicario diocesano impegnati direttamente nel promuovere e curare le iniziative.
Ricordiamo ancora l'auditorium dell'Istituto Piccola Betania con 180 persone, uno stuolo di bambini che si ricongiungeva con i genitori per la preghiera e la messa conclusiva dell'incontro.
Per la prima volta, in tanti anni di frequentazione di parrocchie e diocesi, si sentiva una Chiesa a dimensione di famiglia, ci si sentiva riconosciuti nella dimensione di vita per ciascuno di noi più forte ed importante. Si ascoltava un discorso di fede che entrava nel vivo del nostro essere coppia e famiglia.
Allora, 20 anni fa, nella Chiesa in Italia, si era appena all'inizio di un'attenzione specifica alla dimensione familiare che è quella più significativa e totalizzante per ogni persona.
L'iniziativa portante dell'anno diocesano dedicato alla famiglia fu la Scuola per Famiglie, animata da Guido ed Anna Lazzarini.

La scuola per famiglie
Il tema del primo anno, sviluppato in sei incontri mensili, era: "Farsi coppia nel Signore".
Noi eravamo sposati da oltre 20 anni, c'erano sposi novelli e coppie con i capelli bianchi. Fu una specie di esame di coscienza della nostra relazione di coppia, illuminata non solo da sapienza ed esperienza umana, ma dalla Parola che entrava nel vivo della nostra vita quotidiana.
La domanda che eravamo portati a farci era: "Che cosa cambia nel nostro rapporto con la fede, con la Chiesa, il fatto di aver scelto come vocazione di vita il matrimonio e la famiglia?".

Un nuovo metodo
Anche il metodo era nuovo per allora, anche se di grande semplicità, ma efficace e facile da praticare. Dopo l'annuncio, in cui Guido o Anna sviluppavano il tema dell'incontro, appena girando le sedie, si formavano piccoli gruppi di 4-5 persone per macinare, riflettere assieme su quanto appena ascoltato.
Abbiamo così conosciuto tante coppie nuove, scambiato esperienze, ascoltato problemi e situazioni, condiviso una grande ricchezza umana e di fede vissuta con umiltà.
Poi uno del gruppetto riferiva al microfono quanto emerso dal gruppo per condividerlo con tutti.

Imparare facendo
Della nostra parrocchia eravamo 6-7 famiglie, si formò quindi un gruppo famiglia che s’incontrava tra due incontri diocesani. Così si faceva in tante parrocchie, e se le famiglie di una parrocchia erano poche, il gruppo si formava con le famiglie delle parrocchie vicine. Fu questo uno dei primi esempi di collaborazione tra parrocchie in diocesi.
Poi le coppie responsabili di ciascun gruppo si incontravano nell'intergruppo ogni due-tre mesi per affrontare problemi, trovare soluzioni, confrontare esperienze, fare esperienze da ricondurre poi ai gruppi famiglia parrocchiali.
Nell'intergruppo si sperimentarono per la prima volta la "Lectio divina" e la "Revisione di vita".
Lo stile di questa organizzazione, abbastanza completa, era: "imparare facendo", ovviamente sotto una guida esperta.
Ciò che si sperimentava negli incontri diocesani veniva consolidato nell'esperienza dei singoli gruppi famiglia.

Sacerdoti e laici
Fu un ciclo di formazione che ha lasciato una traccia profonda nella diocesi perché permise di avviare strumenti di catechesi e formazione permanente per le famiglie, dare loro spazio nel cammino quotidiano delle parrocchie, aiutare sacerdoti e laici ad una migliore collaborazione fondata su una comprensione reciproca e su una migliore conoscenza delle rispettive vocazioni.
Per noi fu l'inizio di un impegno che continua ancora oggi dopo 20 anni.

27-INCONTRO DI COLLEGAMENTO GF DEL PIEMONTE
Cosa ci siamo portati a casa

Domenica 9 giugno, festa del Corpus Domini, si è svolta la giornata dei Gruppi Famiglia del Piemonte presso la casa di spiritualità Mater Unitatis di Druento.
Dopo un momento di accoglienza delle famiglie provenienti da varie parrocchie principalmente della provincia di Torino, tutti ci siamo ritrovati insieme per un momento iniziale di preghiera, al termine del quale i bambini sono stati affidati agli animatori, che ringraziamo per la grande disponibilità.
Il direttore della casa, don Paolo Scquizzato, ha proposto agli adulti una Lectio intensa e profonda sul Vangelo di Giovanni 6,1-21 – la moltiplicazione dei pani – dal titolo "Gesù nostro pane che sazia. Per una vita filiale e fraterna". Donare, condividere, rendere grazie, essere in relazione, amare: sono tutti verbi che se messi in pratica ci aiutano ad arricchire la nostra vita, a stare meglio, non soltanto a condurre una vita di mera esistenza.
A gruppi più piccoli abbiamo avuto un momento di condivisione sui vari spunti proposti.
Il sole di questa bella giornata ci ha permesso un pranzo al sacco sul prato della casa tutti insieme e subito dopo un po’ di giochi tra grandi e piccoli ha portato allegria fraterna.
Mentre i bambini hanno continuato a giocare gli adulti si sono fermati un momento a parlare dei loro gruppi di provenienza e delle esperienze dei vari Gruppi Famiglia rappresentati.
Alle 16.30 tutti insieme abbiamo partecipato alla S. Messa durante la quale un’animatrice ha presentato il cartellone realizzato dai bambini alla mattina sul Vangelo della moltiplicazione dei pani, suddiviso in tre aree, una per ogni gruppo di età: scuola materna, scuola elementare e scuola media mentre una mamma ha spiegato brevemente ai bambini cosa avevano fatto i genitori il mattino.
È stata una bella giornata, in cui si sono ritrovate persone conosciute, se ne sono incontrate di nuove, c’è stato uno scambio reciproco che significa arricchimento, crescere nella consapevolezza che Gesù è nella nostra vita.
Stare insieme vuol anche dire far vivere ai nostri figli esperienze gratuite basate su valori importanti, che seminati nel loro cuore, non potranno restare senza frutti durante la loro vita.
Ringraziamo Corrado e Nicoletta non solo per aver organizzato questa giornata ma per tutto ciò che hanno fatto in questi anni come responsabili nazionali del Gruppi Famiglia, sempre con grande amore e responsabilità.
Anna e Ferruccio Sanmartino

28-THE FISRT INTERNATIONAL FAMILY GROUP!

Utrecht (Olanda), 28 Maggio 2013
Carissimi Noris e Franco,
Non ci conosciamo di persona, ma in realtà riceviamo la vostra rivista Foglio di Collegamento da diversi anni qui in Olanda dove viviamo.
Siamo Vito e Santina, di origini pugliesi e della Diocesi di Acquaviva-Altamura-Gravina. Forse vi dice qualcosa. Noi siamo sposati e abbiamo un bimbo di undici mesi di nome Gianpaolo.
Vi scriviamo per ringraziarvi e per condividere alcuni frutti del lavoro vostro, nostro e delle nostre famiglie, tutto risultato di Nostro Signore.
Noi ci siamo conosciuti da ragazzini, quando i nostri genitori s’incontravano per il Gruppo famiglie a metà degli anni 80. E noi preparavamo il Noticol (una rivista tipo il vostro foglio di collegamento) (NdR vedi GF 70, p. 17).
Siamo molto attivi in parrocchia qui ad Utrecht dove abbiamo avuto la possibilità di capire l'universalità del messaggio cristiano. In parrocchia ci sono persone che arrivano da oltre 40 Paesi diversi nel mondo.
Quest'anno a marzo abbiamo festeggiato i 10 anni della nostra comunità. Trovate in allegato il fascicoletto che abbiamo preparato per questo speciale anniversario. Vi inviamo anche una paginetta che abbiamo realizzato per il nostro primo incontro di gruppo famiglie qui in Olanda che abbiamo tenuto la scorsa domenica con altre coppie (italiani, portoghesi, filippini, indiani, olandesi).
Grazie per ciò che fate. Ci preghiamo a vicenda!
Con molta stima e affetto
Vito e Santina
Per saperne di più: www.englishmassutrecht.blogspot.com

29-PER CONCLUDERE
CREDO NELLA FAMIGLIA

Credo nella famiglia, o Signore:
quella che è uscita dal tuo disegno creativo,
fondata sulla roccia dell’amore
eterno e fecondo;
Tu l’hai scelta come tua dimora tra noi,
Tu l’hai voluta come culla della vita.
Credo nella famiglia, o Signore:
come progetto sognato
negli anni della giovinezza,
come vocazione davanti al tuo altare,
come missione per la Chiesa
e per il mondo.
Credo nella famiglia, o Signore:
anche quando nella nostra casa
entra l’ombra della croce,
quando l’amore perde il fascio originario,
quando tutto diventa arduo e pesante.
Credo nella famiglia, o Signore:
come segno luminoso di speranza
in mezzo alle crisi del nostro tempo;
come sorgente di amore e di vita,
come contrappeso alle molte aggressioni
di egoismo e di morte.
Credo nella famiglia, o Signore:
come la mia strada
verso la piena realizzazione umana;
come la mia chiamata alla santità;
come la mia missione
per trasformare il mondo
a immagine del tuo Regno.
Amen
padre Enrico Masseroni, arcivescovo

GF81-EXTRA

A-Quando la rivista ha gia trattato questi temi

AMARE
GF75: Il cantico dei cantici (intero numero)
EDUCARE
GF66: Genitori e figli (intero numero)
CONDIVIDERE
GF52 Con-dividere (p.5-10)
GF53 Servire nella carità (p.2-10)
PREGARE
GF50 Pregare: come? (p.4-9)

B-Siti che trattano questi temi

AMARE
La coppia religiosa vuole vivere il suo rapporto d'amore come "sacramento", cioè come segno visibile del mistrero invisibile dell'amore divino.
http://www.amoreconiugale.it/

EDUCARE
La comunicazione con i figli inizia già nei mesi di gestazione. Imparare ad ascoltarli fin da piccoli e a dialogare con loro, mettendosi d’accordo mamma e papà sulle linee educative e sugli interventi da fare o da evitare con loro.
http://www.comunicareinfamiglia.com/

CONDIVIDERE
Misna è un’agenzia  che sin dagli inizi si  propone di essere una fonte “alternativa” davanti ai grandi fornitori ‘globali’ di notizie, facendo parlare persone e riportando notizie lasciate ai margini dai grandi mezzi di comunicazione.
http://www.misna.org/

PREGARE
Ogni famiglia è chiamata ed abilitata non solo ad essere comunità salvata ma anche comunità salvante, “piccola Chiesa” che apre le porte a tanti fratelli e sorelle per far sperimentare la presenza di Gesù.
http://www.misterogrande.org/